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Architetti e ingegneri contro l’appalto integrato

Metterebbe a rischio la qualità delle opere e la sicurezza dei cittadini

vedi aggiornamento del 21/09/2007
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09/07/2007 - “E’ indispensabile che anche nel nostro Paese si adottino, come in tutto il resto d’Europa, politiche efficaci e di qualità nel settore delle opere pubbliche. In molti grandi Paesi dell’Unione si sta preocedendo alla sospensione o alla sostanziale limitazione della procedura dell’appalto integrato, cioè la possibilità che la progettazione di un’opera venga realizzata dal costruttore della stessa”.


Questa l’opinione - condivisa dai rappresentanti degli ingegneri, dei geologi, e delle Società di ingegneria e Cooperative - espressa dal vicepresidente del Consiglio Nazionale degli architetti, Massimo Gallione, all’indomani dell’audizione dinnanzi alle Commissioni Lavori Pubblici di Camera e Senato sul decreto correttivo del Codice degli appalti.

Secondo il CNAPPC questo istituto, che affida all’impresa sia la costruzione che la progettazione dell’opera, metterebbe in pericolo l’ambiente e il paesaggio, e causerebbe l’aumento dei costi delle costruzioni e l’allungamento dei tempi di realizzazione delle opere.

“I tre soggetti che partecipano alla realizzazione di un’opera pubblica, Amministrazioni pubbliche, progettisti e imprese costruttrici – ha spiegato Gallione – devono svolgere ciascuno specifici e qualificati compiti: la prima, un’approfondita programmazione dei lavori ed un’efficace attività di verifica e di controllo; i secondi, una qualificata progettazione; i terzi, un’altrettanto qualificata attività di costruzione. E l’attuale criticità del sistema delle opere pubbliche in Italia non potrebbe che subire pesantissimi effetti negativi dalla deresponsabilizzazione di uno di questi soggetti e dall’invasione di campo delle imprese di costruzione in settori che non sono di loro competenza”.


Mettono l’accento sul delicato tema della sicurezza gli ingegneri, che vedono nell’appalto integrato un potenziale fattore di rischio per l’incolumità dei cittadini. Il CNI, da sempre contrario all’estensione di questa modalità di affidamento dei lavori pubblici, si appella al Governo perché nel decreto correttivo al codice dei contratti vengano introdotti adeguati limiti all’appalto integrato.

La legge Merloni che innovava la materia dei lavori pubblici, con il dichiarato intento di lasciare alle spalle un passato denso di pesanti ombre su intrecci di varia natura – ricorda il CNI – , aveva escluso ogni commistione fra costruzione e progettazione, introducendo l’istituto dell’appalto integrato esclusivamente per casi limitatissimi e particolari.

Le successive modifiche alla Merloni ne hanno ampliato il campo di applicazione, ritornando alla situazione del 1994, al punto che oggi – spiega il CNI – le amministrazioni vi ricorrono indiscriminatamente ritenendo così di accorciare i tempi, di ridurre la gestione ad una sola gara ed evitare il contenzioso delle imprese sui progetti, dimenticando che in tal modo il contenzioso si sposta direttamente fra amministrazione ed impresa.

Ma ciò che appare di tutta evidenza – avvertono gli ingegneri - è che il ricorso all’appalto integrato con l’impiego di progettisti scelti dall’impresa non può che rispondere unicamente all’interesse del costruttore piuttosto che all’interesse generale, come invece avviene nel caso di incarico diretto da parte dell’amministrazione.

Occorre quindi – conclude il CNI – che le amministrazioni preposte alla programmazione ed al controllo dell’opera, si dotino di strutture in grado di gestire sia le gare di progettazione che di appalto secondo il principio della netta separazione tra la fase progettuale e la costruzione dell’opera, garantendo il tal modo l’interesse pubblico, la qualità dell’opera e la sicurezza dei cittadini.


Fonti: Ufficio stampa CNAPPC e Ufficio comunicazione CNI (riproduzione riservata)
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Altri Commenti

Ing. Saguato Giacomo

Ancora una volta la nostra professione è oggetto di valanghe di norme che entrano o (forse!) entreranno in vigore con l'unico risultato di rendere la professione stessa pressochè impossibile. A partire dal Regolamento 350, testo legislativo testato in ogni sua interpretazione più recondita, con l'obiettivo certamente encomiabile di rendere lo stesso più attuale, negli ultimi anni, a partire dalla Merloni che ha trattato un cantiere edile come una azienda di frigoriferi, non si ha più avuto pace e le nuove normative incalzano a ritmi indiavolati nella mera utopia di migliorare le cose per gli appalti pubblici. Carte, certificazioni a più non posso con il risultato di opere qualitativamente sempre più scarse in quanto tutti gli sforzi profusi dall'Amm.ne pubblica per rispettare le normative europee e, contemporaneamente, ottenere più trasparenza si riducono ad affrontare oneri sempre più pesanti a fronte di scelte a favore di imprese sempre meno concretamente qualificate ed ossessionate più dalla burocrazia che dai risultati ottenuti in cantiere. Seppur controcorrente ritengo che il ricorso all'appalto integrato sia una forma intelligente per mettere a frutto le reali capacità tecnologiche dell'impresa e dei suoi tecnici progettisti che, gioco forza, vengono impegnati ad ottenere il massimo risultato sia sotto l'aspetto tecnico che economico. D'altra parte questo rappresenta il metodo migliore, a mio avviso, per rendere totalmente responsabile l'impresa del proprio operato evitando così al ricorso di riserve spesso pretestuose adducendo a proprio favore motivazioni legate all'insufficienza della progettazione esecutiva, a sorprese geologiche o quant'altro.

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