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Ok all’autorizzazione paesaggistica in sanatoria

Tar Brescia: possibile derogare al divieto se c’è un vantaggio ambientale

vedi aggiornamento del 11/01/2012
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04/09/2008 - Con la sentenza n. 317/2008 il Tar di Brescia ha accolto il ricorso di una Società contro l’ordinanza di demolizione di opere abusive realizzate all’interno di una fascia di rispetto fluviale.

Ok all’autorizzazione paesaggistica in sanatoria

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Norme correlate

Sentenza 19/03/ 2008 n. 317

Tar Brescia - Autorizzazione paesaggistica in sanatoria

Decreto Legislativo 24/03/ 2006 n. 157

Disposizioni correttive ed integrative al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in relazione al ..

Decreto Legislativo 22/01/ 2004 n. 42

Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137. ..

Decreto Pres. Repubblica 06/06/ 2001 n. 380

Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia (S.O. n. 239)

La società, proprietaria di uno stabilimento produttivo, ha realizzato abusivamente una copertura metallica di notevoli dimensioni (58,00 x 6,00 metri) su un terreno di sua proprietà adiacente allo stabilimento e, contestualmente, un muro di recinzione alto circa 2,40 metri e una struttura metallica di appoggio per la suddetta copertura. Il risultato è un ampliamento del capannone industriale di circa 356 mq.
 
L’area su cui sono state edificate le opere abusive è classificata come D1 (produttiva); inoltre, per una superficie di circa 49,59 mq le opere ricadono anche in zona sottoposta a vincolo ambientale ai sensi dell’art. 142 comma 1 lett. c) del Dlgs. 22 gennaio 2004 n. 42 (fascia di rispetto fluviale di 150 metri).
 
Tuttavia, l’art. 32 delle NTA del PRG ammette in zona D1 l’aumento fino al 10% della superficie coperta esistente alla data di adozione del PRG, previa stipula di una convenzione con il Comune che preveda “miglioramenti qualitativi dell’insediamento produttivo quali la riduzione dell’impatto ambientale nonché la cessione di aree o la realizzazione di opere finalizzate all’interesse pubblico”.
 
In seguito all’ordine di sospensione dei lavori, la Società ricorrente ha presentato domanda di sanatoria ai sensi dell’art. 36 del DPR 380/2001, ma prima della conclusione del procedimento, ritenendo impossibile il rilascio di un’autorizzazione paesistica in sanatoria ai sensi dell’art. 167 del Dlgs. 42/2004, il Comune ha ordinato di demolire le opere abusive realizzate nella fascia di rispetto fluviale, precisando che, in seguito alla remissione in pristino dello stato dei luoghi, la ricorrente avrebbe potuto ottenere l’autorizzazione paesistica per realizzare nuovamente le opere demolite.
 
Subito dopo, il Comune e la Società hanno stipulato una convenzione che accerta la conformità urbanistico-edilizia di tutte le opere abusive e la difformità sotto il profilo ambientale delle opere posizionate sull’area di 49,59 mq nella fascia di rispetto fluviale. Per quest’ultima area, nella convenzione si afferma che, essendo mancata la preventiva autorizzazione paesistica, l’assenso sotto il profilo urbanistico-edilizio potrà essere rilasciato solo dopo il ripristino dello stato dei luoghi ai sensi dell’art. 167 del Dlgs. 42/2004. Per ottenere il permesso di costruire in sanatoria la ricorrente si è obbligata a realizzare le opere di pavimentazione e illuminazione di un tratto della strada del Solecchio, a introdurre miglioramenti qualitativi dell’insediamento produttivo, a versare 1.946,87 euro a conguaglio degli oneri di urbanizzazione e a prestare garanzia mediante polizza fideiussoria.
 
Contestualmente alla firma della convenzione, la ricorrente ha ottenuto il permesso di costruire in sanatoria soltanto per le opere non ricadenti nella fascia di rispetto fluviale, mentre per le altre permane l’obbligo di demolizione quale condizione per ottenere in seguito un titolo edilizio. La Società ha quindi impugnato l’ordinanza di demolizione evidenziando il contrasto tra essa e la convenzione.
 
Il Tar ha condiviso le ragioni della Società osservando che una parte delle opere abusive ha effettivamente invaso la fascia di rispetto fluviale, dando luogo ad un abuso che fuoriesce dai casi in cui l’art. 167 comma 4 del Dlgs. 42/2004 (come sostituito dall'art. 27 del Dlgs. 24 marzo 2006 n. 157) consente l’autorizzazione paesistica in sanatoria, in deroga al divieto di cui all’art. 146 comma 12 del Dlgs. 42/2004.
 
La vigente normativa sull’autorizzazione paesistica risultante dal combinato dell’art. 146 comma 12 e dell’art. 167 comma 4 del Dlgs. 42/2004 - spiegano i giudici – è particolarmente severa, in quanto esclude la sanatoria ambientale per le opere non preventivamente assentite, con l’eccezione di alcune fattispecie marginali.
 
La normativa vigente presuppone tuttavia che si confrontino l’interesse pubblico all’utilizzazione controllata del territorio e l’interesse del privato alla sanatoria. Ovviamente prevale l’interesse pubblico e lo stato dei luoghi deve essere ripristinato. La situazione è però diversa se dall’attività edilizia oggetto di sanatoria derivi un vantaggio ambientale. Ad esempio, l’assunzione di oneri da parte del privato per migliorare le infrastrutture pubbliche o gli standard urbanistici, o l’impegno del privato a svolgere un’attività produttiva già insediata secondo criteri ispirati a una maggiore sensibilità ambientale (ossia le obbligazioni contenute nella convenzione tra il Comune e la ricorrente) consentono di superare il rigido rapporto di anteriorità tra l’autorizzazione paesistica e l’attività edificatoria.
 
Per concludere, se il privato è disposto ad assumere oneri specifici per migliorare la situazione ambientale, e se è accertato che dalle opere abusive non può derivare alcun danno collaterale all’ambiente, l’ordine di demolire quale condizione necessaria per poi ottenere l’autorizzazione di opere identiche appare irragionevole. (riproduzione riservata)
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Altri Commenti

Luigi

Luigi scrive: 30.01.2011 ore 15,13 I fini che si è proposto il legislatore di conseguire col DPR 139/2010 sono quelli di snellire la procedura di rilascio autorizzazione paesaggistica per interventi di lieve entità compresi quegli interventi in aree sottoposte ad un vincolo non “puntuale” ma”tipologico” (si tratta di quelli previsti dalla legge Galasso del 1985, poi riconfermati dall’articolo 142 del codice dei beni culturali e del paesaggio:entro i 300 mt dalla battigia, presso sponde dei mari, dei laghi e dei fiumi, boschi e foreste, parchi regionali e statali, monti sopra una determinata altezza,ecc), dare più trasparenza all’attività amministrativa e responsabilizzare la P.A.Sono questi fini lodevoli che meritano un encomio, ma all’atto pratico tutto ciò non avviene. Infatti: 1)i tempi tecnici stabiliti di 60 giorni per la conclusione del procedimento sono tempi puramente teorici che non potranno mai essere rispettati, trascorsi i quali si potrà adire il giudice amministrativo ma in questo caso bisogna chiedere l’assistenza legale in giudizio che è alquanto costosa e poi ammesso che si abbiano sufficienti risorse finanziarie, il ricorso al TAR per ottenere un provvedimento predispone sempre male nei riguardi della P.A.L’azione del ricorso,stante al DPR 139/2010 si prescrive entro 1 anno e allora mi chiedo :trascorso l’anno se l’azione non si esercita, la PA non sarebbe più tenuta ad emanare il provvedimento, sia esso positivo o negativo? 2)è previsto anche di fare ricorso per risarcimento danni per dolo o colpa grave ma in effetti sarà difficile uscirne vittoriosi perchè la P.A. riuscirà sempre a dimostrare di aver usato tutta la normale diligenza dell’impiegato medio.Come sempre in Italia si legifera senza avere di mira gli impatti sul piano pratico che dette leggi avranno.Se si esamina dall'aereo un pò la situazione del litorale laziale, in particolare da Ostia a Anzio, si rileva che sussistono ancora vincoli paesaggistici soltanto formali che rimontano alla ex L.1497/1939 sostituita dalla legge Galasso,su fabbricati che si estendono su tutta la litoranea e su strade interne,edificati 25/35 anni fa in modo conforme alla disciplina urbanistica, entro i 300 mt dalla battigia(non mi riferisco a quei fabbricati costruiti in zona demaniale) su aree ormai compromesse,irrilevanti dal lato paesaggistico-ambientale che per l’urbanizzazione e insediamento subiti col tacito assenso degli organi competenti sono ormai non più recuperabili per i quali fabbricati è stato chiesto il condono con la legge 47/1985 e incredibile ma vero, l’autorità competente ancora non ha emesso un provvedimento di sanatoria.Per questi sarebbe stato più semplice condonare l’intera area con un Decreto Ministeriale, senza istituire la lunga procedura di autorizzazione paesaggistica.

Benny

Nella scia dei paradossi Kafkiani di cui la nostra Italia è piena, si inserisce pure il vergognoso diniego di sanatoria per costruzioni realizzate in zone vincolate che potrebbero essere autorizzate in fase preventiva! Così ragionando ogni costruzione abusiva secondo l'art.13 della L.47/85 dovrebbe essere demolita per essere poi costruita con concessione. Il legislatore, ma anconr più il redattore di tale norma dovrebbe essere avviato alla coltivazione forzata di funghi porcini! Quella è la sua sede legittima. Ogni altro commento offende la buona creanza e l'intelligenza di ogni cittadino!

giovanni

in materia paesaggistica non è possibile una sanatoria postuma per aumenti di superfici o di volumi. Vi faccio un piccolo esempio, pensate ad un privato che pur potendo realizzare un certo volume non lo fa per scelta tecnica. Successivamente, per altrettante esigenze tecniche realizza quel volume che, in base alla legge vigente deve ripristinare i luoghi poichè non può ottenere la sanatoria. una volta demolito però, può richiedere e ricostruire quanto demolito. Non vi sembra sia vergognoso vivere in un paese con queste assurdità e ,chi ne ha i poteri non fa niente per miglorare queste obrobriose ed intollerabili realtà, mi auguro che il governo faccia qualcosa per eliminare queste vergogne.

ING. BIANCO AGOSTINO

L'ambiente non può essere oggetto di ricatti per fini economici,nello specifico chi pagherà i danni alla costruzione in caso di alluvione dovuta alla piena del fiume? I giudici del Tar che hanno stabilito diversamente dalle Leggi vigenti che sempre sono soggette ad interpretazioni e mai chiare? Leggi che vengono fatte da anche tecnici che mai hanno visto o lavorato nei cantieri! Vostro, Ing. BIANCO Agostino

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