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Riforma professioni: il Consiglio di Stato boccia il Regolamento

Restizioni immotivate al tirocinio, disparità tra gli organizzatori dei corsi di formazione, dubbi sul sistema disciplinare

vedi aggiornamento del 28/08/2012
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12/07/2012 - Venti pagine nelle quali si analizzano nel dettaglio tutti i contenuti e dalle quali emergono molti dubbi e numerose richieste di modifica. È il Parere del Consiglio di Stato sulla bozza di Regolamento per la riforma degli ordinamenti professionali.

 
Il Parere è favorevole ma sono tanti i punti che non hanno convinto i giudici. Le critiche maggiori sono per la disciplina del tirocinio per l’accesso alla professione. In primo luogo i giudici invitano a specificare nel Regolamento (art. 6) che quella di diciotto mesi è la durata “massima” del tirocinio, fissata dall’art. 9 del DL 1/2012.
 
Poi fanno notare che il Regolamento definisce il tirocinio “obbligatorio” per tutte le professioni, benchè ciò non sia previsto dalla Legge che il Regolamento attua. Il tirocinio infatti è obbligatorio solo per alcune professioni, ma non per tutte. Per cui i giudici suggeriscono di lasciare agli ordinamenti delle singole professioni la decisione sulla necessità e sulla durata del tirocinio.
 
Il tirocinio obbligatorio per tutte le professioni - aggiunge il CdS - costringerebbe alcuni professionisti a svolgerlo due volte: è il caso degli albi divisi in due sezioni (laurea triennale e magistrale) come quello degli ingegneri, per il quale oggi il tirocinio non è neppure obbligatorio. Una norma come quella introdotta dal regolamento - spiegano i giudici - allungherebbe di molto i tempi di ingresso nel mondo del lavoro.
 
Inoltre, il Consiglio di Stato ricorda che l’art. 9 del DL 1/2012 consente di svolgere i primi sei mesi di tirocinio in concomitanza con il corso di studi, all’interno dell’Università, oppure presso pubbliche amministrazioni, dopo la laurea. Quest’ultima opzione non è disciplinata dal Regolamento e quindi - affermano i giudici - occorre inserirla.
 
Altro importante rilievo riguarda i limiti per i professionisti affidatari. Il Regolamento (art. 6, comma 3) stabilisce che il professionista affidatario del tirocinante debba avere almento cinque anni di anzianità e che non possa accogliere presso il suo studio più di tre tirocinanti, salvo deroga del consiglio o del collegio competente.
 
Il tetto di tre tirocinanti - secondo Palazzo Spada - “non è sorretto da adeguata giustificazione” e la possibilità di derogare è fondata su presupposti indeterminati. I giudici chiedono quindi che sia fissato un tetto superiore a tre e che siano fissate le regole in base ai cui si possa derogare a quel tetto, in modo da assicurare a tutti la possibilità di svolgere il tirocinio.
 
Inoltre, l’art. 6, comma 5, del Regolamento afferma l’incompatibilità (assoluta) del tirocinio con qualunque rapporto di impiego pubblico e la compatibilità con il lavoro subordinato privato, purché con modalità e orari idonei a consentirne l'effettivo svolgimento. Secondo i giudici non ha senso distinguere tra lavoro pubblico e lavoro privato, siano le pubbliche amministrazioni a decidere sui tirocini svolti presso uffici pubblici e sia eliminata l’incompatibilità.
 
Bocciato anche il comma 7 dell’art. 6, secondo cui l’interruzione del tirocinio per oltre sei mesi, senza giustificato motivo, annulla quello già svolto. Secondo il CdS si tratta di una norma non proporzionata ed eccessivamente gravosa che va eliminata o, quanto meno, modificata prevedendo un periodo di interruzione più lungo.
 
Ce n’è anche per i corsi di formazione. L’obbligatorietà della frequenza - secondo Palazzo Spada - irrigidisce le modalità di svolgimento del tirocinio; meglio, secondo i giudici, che la frequenza sia facoltativa. Inoltre, il CdS ritiene irragionevole la norma del Regolamento che consente alle associazioni di iscritti agli albi di organizzare i corsi di formazione liberamente, e impone agli altri soggetti l’obbligo di essere autorizzati dal Ministero. L’unica cosa importante, secondo i giudici, è la qualità dei corsi, da garantire mediante la fissazione di requisiti minimi validi per tutti (compresi ordini e collegi).
 
Anche per la formazione continua permanente, il CdS chiede che l’attività di formazione non sia riservata agli ordini e collegi (art. 7, comma 4) ma sia estesa a tutti i soggetti sulla base di requisiti minimi dei corsi.
 
Insoddisfacente per Palazzo Spada anche l’attuazione delle norme sul sistema disciplinare. La legge mira a separare le funzioni amministrative da quelle disciplinari per garantire terzietà su tali questioni. Per questo i giudici non condividono la scelta di escludere dagli organi disciplinari soggetti terzi rispetto agli iscritti agli ordini, né tantomento quella di affidare le funzioni disciplinari ai primi dei non eletti alla carica di consigliere nazionale, cioè a persone che sono state valutate in modo negativo dagli iscritti.
 
Tornando ai primi articoli del Regolamento, secondo il Consiglio di Stato, definire “professioni regolamentate” tutte le attività il cui esercizio è consentito a seguito dell’iscrizione in ordini, albi e collegi tenuti da amministrazioni ed enti pubblici (art. 1), dilata il campo di applicazione del Regolamento oltre i limiti della norma che il Regolamento attua. Il CdS suggerisce quindi di precisare meglio la nozione di “professione regolamentata”, sottraendo le attività minori, seppur organizzate in albi, agli obblighi tipici delle professioni.
 
Quanto alla pubblicità delle attività professionali (art. 4), il Regolamento, riprendendo il testo della legge, consente la “pubblicità informativa” a condizione che le informazioni pubblicitarie siano “funzionali all’oggetto”. I giudici ritengono che l’inciso “funzionali all’oggetto” vada eliminato per non introdurre un parametro non oggettivo che potrebbe creare preblemi interpretativi in caso di illeciti disciplinari.
 
In tema di assicurazione per i danni derivanti dall’esercizio dell’attività professionale, Palazzo Spada consiglia di mantenere la previsione di legge secondo cui il professionista è tenuto a stipulare le polizze negoziate dai Consigli Nazionali e dagli Enti previdenziali dei professionisti, piuttosto che consentire ai singoli professionisti - come prevede il Regolamento (art. 5) - di stipularle direttamente con le Compagnie di assicurazione.
 
Il parere sul Regolamento per la riforma degli ordinamenti professionali segue quelli sui compensi dei professionisti (leggi tutto) e sulle Società tra Professionisti (leggi tutto).
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Altri Commenti

marco

i giudici forse dovrebbero capire che non è il tirocinio il problema per entrare nel mondo del lavoro. perchè non basta aprire la partita iva per campare. dal mio punto di vista è meglio avere professionisti competenti e i giovani laureandi farli assumere come dipendenti negli studi invece che incentivarli a iscriversi al proprio albo facendo guadagnare sempre i soliti. basta vedere cosa hanno fatto per le finte partite iva...

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