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PROFESSIONE

Equo compenso, da Catanzaro la proposta di vietare i bandi gratuiti

di Alessandra Marra
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Gli architetti calabresi chiedono anche di abolire le clausole che subordinano il pagamento alla regolarità contributiva

Vedi Aggiornamento del 07/12/2017
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14/11/2017 - Vietare i bandi pubblici che prevedono compensi gratuiti e abolire le clausole che subordinano i pagamenti del compenso alla dimostrazione della regolarità contributiva.
 
A prevederlo un emendamento che il Consiglio dell’Ordine degli Architetti della provincia di Catanzaro intende far presentare al ddl Damiano sull’equo compenso, al centro del convegno sul giusto compenso tenutosi lo scorso 10 novembre a Catanzaro.
 

Equo compenso: proposte contro le clausole vessatorie

L’emendamento aggiunge quattro commi all’articolo 4 sulle clausole vessatorie.

Il comma 3 vieta i bandi e gli avvisi pubblici che prevedono zero compensi o corrispettivi in contrasto con i parametri ed i compensi stabiliti dal DM 17 giugno 2016 (Decreto Parametri bis).  
 
Il Comma 4 vieta “tutte le clausole che impongono ai professionisti che svolgono attività lavorativa in forma singola di subordinare i pagamenti del compenso alla dimostrazione della regolarità contributiva DURC (sia in fase d’incarico che nelle fasi successive all’incarico)”.
 
Nel provvedimento è specificata la motivazione del divieto: “Tale clausola rimetterebbe nel circuito del lavoro migliaia di professionisti che oggi, per via di una norma fortemente penalizzante vengono esclusi dal mercato del lavoro pur vantando crediti dalla pubbliche amministrazioni che non riescono ad esigere per l’impossibilità, in questo particolare momento di crisi di dimostrare la regolarità contributiva. Tale condizione, sta agevolando il lavoro nero ed altre forme di precariato”.
 
Il comma 5 abolisce “qualsiasi condizione che tende ad escludere i professionisti dal mercato del lavoro e che imponga ad essi, in questo particolare momento di crisi, di subire sanzioni, penali e interessi per ritardato pagamento oltre ogni ragionevolezza e non consenta di effettuare i pagamenti degli oneri contributivi verso le casse di previdenza per gli eccessivi costi richiesti a titolo di sanzioni, penali e interessi”. Per questo i gravami per ritardato pagamento vengono limitati ai soli interessi legali.
 
Infine, l’ultimo comma prevede “forme di sostegno al lavoro per consentire ai giovani professionisti che si iscrivono alle Casse Previdenziali di non versare, per i primi tre anni alcun onere contributivo così come avviene nel settore privato, con le assunzioni agevolate in cui viene sgravato il datore di lavoro dal versamento degli oneri contributivi a carico”.

La proposta mira ad arginare situazioni simili al “caso Catanzaro” che ha aperto alla legittimità degli incarichi di progettazione a titolo gratuito.
 

Equo compenso: le proposte professionisti

La proposta di legge di Damiano è stata oggetto di discussione durante la manifestazione di Catanzaro organizzata dagli Ordini e dai Collegi professionali della provincia e con la partecipazione dei vertici nazionali delle professioni. L’evento, si è caratterizzato come manifestazione nazionale per arginare la precarizzazione del lavoro in ogni ambito lavorativo, professionale e sociale, ed ha visto la partecipazione del Presidente della Commissione Lavoro della Camera, On.le Cesare Damiano, e dell’On.le Arch. Serena Pellegrino.
 
Secondo quanto emerso, “l’attuale stato di declino del mondo professionale, è il frutto delle riforme fallimentari avviate negli ultimi vent’anni, con le modifiche dell’assetto sociale della nazione, che prima era basato sul raccordo, tra imprenditoria, produzione e professioni (ceto medio sociale) ed oggi sull’esclusione sociale di ampi strati della popolazione dal mondo produttivo, tra cui il mondo professionale non più utile alle logiche dei grandi blocchi economici che declinano il “lavoro” a mera componente economica tralasciando il vero valore sociale per la crescita e lo sviluppo del Paese”.
 
I professionisti hanno ribadito che “voler ripristinare le regole del lavoro (sia dei liberi professionisti appartenenti agli Ordini e Collegi professionali che dei lavoratori autonomi) con l’introduzione dell’equo compenso, non è un atto di arroganza, ma una necessità per creare condizioni di crescita adeguate ed eque”.
 
I professionisti, insistono sull’equo compenso, per superare il processo di sperequazione nei rapporti tra datori di lavoro e prestatore d’opera, dove i committenti forti (pubblica amministrazione, banche, assicurazioni, grandi imprese) finiscono per imporre ai professionisti, specie quelli più giovani, compensi e trattamenti ben lontani dallo spirito dell’art. 36 della Costituzione portando il settore delle professioni a non poter operare con condizioni di garanzia verso la società.
 
Secondo gli autonomi, quindi, la legge sull’equo compenso non va ad introdurre “tariffe minime obbligatorie” ma risolve una presunzione giuridica per cui i compensi inferiori a quelli fissati dai parametri ministeriali sono iniqui ed in contrasto con l’art. 36 della Costituzione. I parametri ministeriali richiamati dalla proposta di legge sull’equo compenso, sono infatti, fonti statali e non atti delle professioni regolamentate, per cui è escluso che possano essere qualificati come intese restrittive della concorrenza. I parametri sono in ogni caso uno strumento diversissimo per ratio, struttura e cogenza (del tutto assente) dallo strumento tariffario.
 
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