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BARI - Rischio amianto, non solo Fibronit
URBANISTICA

BARI - Rischio amianto, non solo Fibronit

A Bari il pericolo riguarda anche l’ex Stanic e il Politecnico

C’è un clima strano a Bari intorno alla questione della presenza di amianto. Un clima omertoso, dice qualcuno. Se ne parla poco, con toni sommessi e rassicuranti. Spesso a senso unico, come nel caso della Fibronit, area forse destinata per costruirci palazzi. Soprattutto si tende a minimizzare. L’amianto? È ubiquitario, sta ovunque, addirittura nei freni delle auto. Dunque, che senso ha allarmarsi? — dicono i sostenitori della «cultura della diluizione» — come li definisce Gianluigi Cesari, referente barese dell’Associazione Esposti Amianto. Se l’amianto si trova un po’ qua e un po’ là, perché affannarsi a dimostrare che vi sono precise aree della città, veri e propri epicentri di diffusione delle micidiali microfibre? Peccato però che il Circolo «Anarres», limitatamente alla ex fabbrica Fibronit di via Caldarola, e poi l’AEA e le Acli provinciali, da anni conducono una tenace lotta per dimostrare che l’esposizione di lavoratori e cittadini all’amianto in città è sottostimata, che i dati in possesso della comunità scientifica sono parziali visti i tempi di incubazione delle patologie correlate all’esposizione, asbestosi e mesotelioma, addirittura intorno ai 2030 anni, che ciò che si vede, ed è possibile registrare, è solo la punta di un iceberg dalle potenzialità di contaminazione al momento imprevedibili. Il problema è serio per la salute di migliaia di cittadini. A cominciare dai quasi ottantamila abitanti dei tre quartieri (Madonnella, San Pasquale, Japigia) a ridosso dell’ex Fibronit, che fino all’86 ha prodotto manufatti in cementoamianto. Siamo in pieno centro. Oggi la fabbrica è abbandonata, ma i timori e le preoccupazioni per l’esposizione all’amianto si sono accentuati. Il motivo? I suoi suoli contengono qualcosa come settantamila metri cubi di materiali e scorie in fibrocemento contenenti amianto in pessimo stato di conservazione, oltre a grandi quantità di oli esausti altamente pericolosi per l’ambiente e le falde. Il tutto sotterrato in tre metri. In più ci sono cinquemila metri quadrati di tetti in amianto, polveri di lavorazione sotto i capannoni ed altri residui di materiali. A Bari è la priorità delle priorità. I sopravissuti della Fibronit dichiarano che non meno di duecento lavoratori hanno perso la vita negli anni scorsi per tumori polmonari dovuti all’inalazione di fibre di amianto, mentre il procedimento giudiziario in corso ne ha confermati «solo» tredici attraverso la perizia di parte della Fibronit affidata al professor Luigi Ambrosi. Qui il capo di imputazione a carico dei suoi dirigenti è di omicidio colposo. L’AEA ha sempre contestato quei dati, ricordando la prassi consolidata tra gli operai di ritirare la denuncia contro la proprietà in cambio di denaro o dell’assunzione di un proprio figlio. Altri due procedimenti in fase istruttoria sono in corso con l’ipotesi di danno ambientale e omicidio colposo verso i civili. Uno di questi è Antonio Di Chio, impiegato barese che per anni ha attraversato via Caldarola per recarsi al lavoro. La diagnosi? Mesotelioma pleurico, il tumore sentinella causato solo da inalazione di microfibre di amianto. Che dire poi dei tanti civili affetti da asbestosi, il primo stadio della malattia che provoca gravi minorazioni cardiocircolatorie. «La Fibronit è una discarica a cielo aperto — tuona Gianluigi Cesari, che da anni raccoglie le segnalazioni volontarie di persone che hanno avuto contatti con l’amianto, denunce di cittadini sulla sua presenza e lavoratori che operano in aree non bonificate. «La morbilità da mesotelioma pleurico nel triennio ‘93’96 a Bari è aumentata, quintuplicata rispetto alle aspettative. I dati sono aggiornati dal ministero della Sanità e gli atti dell’Istituto superiore di sanità confermano questa tendenza». Sia la consulenza tecnica d’ufficio ordinata dalla magistratura che quella del ministero della Sanità confermano che l’area Fibronit è una bomba ad orologeria con i suoi materiali degradati all’aria aperta e con uno strato di ben tre metri di residui sotterrati in pieno centro. Amianto a piene mani che sarebbe rimosso e disperso nell’ambiente se la lottizzazione dell’area prevista dal nuovo piano di riqualificazione urbana prendesse corpo (sono previsti tre palazzi da tredici piani ciascuno e un sottovia). «Eppure la legge 257 del ‘92 prevede la messa a bando dell’amianto e benefici pensionistici per i lavoratori esposti — precisa Cesari — quella legge la Regione non l’ha mai applicata, una legge che prevede le linee guida per la bonifica, il censimento e il monitoraggio dell’area e un’indagine epidemiologica». Infatti l’AEA e le Acli provinciali hanno già raccolto 6500 firme contro le inadempienze della Regione nella mancata applicazione di questa legge. Dalla Fibronit all’ex Stanic, il passo è breve. Anche qui, nella zona industriale, l’ex raffineria, chiusa nel ‘90, rappresenta un’area a forte rischio per dispersione di amianto. Qui il pericoloso minerale è stato utilizzato come coibentante (in genere utilizzato ovunque vi sia un trattamento termico o il rischio di incendio). A ridosso della Stanic si trova il villaggio dei lavoratori, un insediamento operaio costruito negli anni ‘50 per i dipendenti della raffineria. «I dati in nostro possesso qui sono provvisori, ma è certo che si tratta di un focolaio di contaminazione — chiarisce Maffei delle Acli provinciali, il quale lancia una proposta, quella di un’analisi epidemiologica sui lavoratori ex Stanic e sugli attuali residenti nel villaggio dei lavoratori. Tornando nel centro della città, in via Re David, ecco il Politecnico. Qui la Facoltà di ingegneria è totalmente coibentata con amianto a spruzzo, cioè amianto friabile, altamente pericoloso. Nell’officina meccanica del Politecnico per esempio, gli ambienti sono coibentati con amianto per motivi acustici e termici. Il caso non va sottovalutato, dicono nella sede dell’AEA, la situazione è a rischio viste le settanta fibre per litro di amianto riscontrate. Si tratta di microcapelli che si insinuano subdolamente nei bronchi con una progressione che all’inizio è asintomatica. Nell’immediata periferia, verso nord, sull’area della Calabrese, c’è la Bilfinger Berger, azienda tedesca che si occupa di demolizioni ferroviarie. Una cappa di silenzio aleggia su questa azienda. «Bilfinger Berger cercava un’area dove scoibentare l’amianto per poi isolarlo. Altre città hanno rifiutato e il gruppo è giunto a Bari. Qui arrivano le carrozze del CentroSud. L’impegno della Bilfinger era l’assunzione di diversi operai della Calabrese nei suoi organici, ma le cose sono andate diversamente». Basta passare dai cancelli della Calabrese per restare ammutoliti: carrozze sventrate, vagoni sezionati, pezzi in amianto che fanno bella mostra di sé. Molti lavoratori della Calabrese hanno rifiutato il passaggio aziendale: «Non ci sono le necessarie garanzie di sicurezza per la nostra salute», hanno detto. E si sono fatti indietro. L’azienda ha confermato: il lavoro non è adatto a dipendenti anziani. Allora meglio pescare nelle agenzie per il lavoro interinale, tra quei giovani disposti a tutto pur di lavorare. Dietro tutto, il micidiale cancerogeno: «Qui i controlli sono scadenti — conferma Cesari — l’esposizione è sottostimata e l’Asl non è intervenuta».
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