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URBANISTICA

STU: la creazione di ‘società miste’ per il recupero delle aree urbane

Uno spaccato sulle Società di Trasformazione Urbana, strumento urbanistico per la riqualificazione dei centri abitati ad opera di pubblico e privato

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Le Stu, società di Trasformazione Urbana, nascono con l’introduzione della legge n. 127 del 1997 (Bassanini bis), con la quale si introduce (articolo 17) la possibilità da parte dei Comuni di costituire apposite società miste pubblico-privato per la progettazione e realizzazione di piani di riqualificazione urbana per aree degradate che ricadano all’interno del territorio comunale. Obiettivo, quello di agevolare e snellire la nascita di iniziative di recupero urbanistico, permettendo ai Comuni – previa acquisizione delle aree – di trasformare zone depresse in potenziali poli di sviluppo, favorendo la nascita di piani attuativi coordinati da una stazione appaltante pubblica, ma supportata dalla dinamicità e dallo spirito imprenditoriale di soggetti privati. Nella pratica il Comune tramite lo strumento, può individuare alcune aree, determinare un piano di recupero urbanistico dettando obiettivi e delineando una lista di intenti, creare una Spa ed indire una gara per la ricerca dei partner finanziari privati. L’adozione delle Stu non ha però riscosso un deciso interesse da parte delle amministrazioni comunali, forse per l’eccessivo zelo dei legislatori in tema di rispetto dei limiti imposti dai vigenti piani regolatori, e di rigida selezione dei soci privati, da effettuarsi con procedura di evidenza pubblica. Evidenti problemi in particolare sembrano porsi all’atto dell’acquisizione delle aree, necessaria per l’attuazione dei piani, spesso non di proprietà pubblica ma private e frammentate, sui quali il comune avrebbe ex lege un debole potere di esproprio, di fatto impugnabile per la natura non puramente pubblica ma misto pubblico-privata dell’intervento.Ulteriori limiti, riguardano essenzialmente l’aggiudicazione delle gare per la scelta dei partner finanziatore di mano privata. Il problema si pone all’atto della selezione alla gara degli ‘aventi requisito’, per il pericolo di coinvolgimento diretto o indiretto dei soggetti con imprese di costruzioni. Questo per evitare che la costituzione della Stu, non consenta a costruttori di condurre operazioni imprenditoriali congiunte con in comuni, eludendo gli obblighi sulla acquisizione per gara delle commesse, stabiliti della legge Merloni sugli appalti pubblici. Uno snellimento della procedura è stato attuato dal Ministero dei Lavori Pubblici attraverso la Circolare 11 Dicembre 2000. Le novità hanno riguardato in particolare il rapporto di flessibilità con le prescrizioni di piano, e la partecipazioni - nel ruolo di ‘soci’ - dei proprietari dei terreni oggetto di intervento, a risoluzione dei casi di soggetti restii a cedere eventualmente parti di terreno espropriato. Il dibattito sul futuro delle Stu, venuto alle cronache a seguito delle volontà di alcuni grandi comuni di avvalersi in via sperimentale dello strumento, coinvolge in questi giorni sostenitori e denigratori su diversi fronti. Da un lato i ‘promotori’, come Sauro Turroni – attuale Presidente della commissione camerale sull’Ambiente- che ne evidenziano i vantaggi in termini di flessibilità finanziaria e l’effettiva efficacia nello sbloccare situazioni di degrado sul territorio ‘incancrenite’ per la mancanza di fondi o per mancate capacità imprenditoriali delle PA. Dall’altro i ‘critici’ che ne evidenziano i limiti strutturali derivanti dall’inefficacia dell’esproprio per pubblica utilità e per possibilità di già citata elusione della 109/94. Altri insidie potrebbero nascondersi poi nella ‘ferrea’ applicazione della Merloni alle opere di urbanizzazione primaria e secondaria a servizio delle nuove opere realizzate, che – trattandosi di opere di interesse anche pubblico - dovrebbero essere obbligatoriamente mandate in gara, senza poter essere eseguite dall’operatore (privato) a scomputo del pagamento degli oneri. Pur di non facile attuazione, le Stu sembrano comunque venire incontro a quelle iniziative di trasformazione urbanistica di quei grandi comuni che, dotati di buona credibilità nei confronti di robusti ‘partner’ finanziari e di un valido supporto tecnico, potrebbero intraprendere su aree di prevalente proprietà comunale. Resterebbero i vantaggi di un’operazione condotta prevalentemente per volontà della pubblica amministrazione, con il supporto di capitali e capacità manageriali della parte privata, senza i problemi di incompatibilità e contenzioso sopra ricordati.

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