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Architetti, condanna Ue all’Italia
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Architetti, condanna Ue all’Italia

Per i giudici, troppe “restrizioni ingiustificate” a esercizio professionisti stranieri

27/03/2002 – Condanna della Corte di giustizia europea all’Italia per le troppe restrizioni imposte all’esercizio della professione degli architetti stranieri nel nostro Paese. In particolare, i giudici di Lussemburgo hanno indicato la violazione della direttiva 85/384 e dell’articolo 49, riguardante la libera prestazione dei servizi. Sono otto, secondo quanto stabilito dalla sentenza (C-298/99), le “restrizioni ingiustificate” poste dall’Italia sia all’esercizio temporaneo della professione da parte di architetti stranieri nella Penisola sia al riconoscimento del titolo per esercitare stabilmente la professione. Nel primo caso, la Corte europea non esclude la possibilità per il professionista di dotarsi “nello Stato ospitante di una determinata infrastruttura, ossia un ufficio, uno studio o un’altra sede”. Secondo i giudici europei, inoltre, anche l’obbligo di iscrizione all’Albo previsto per gli architetti comunitari che vogliano effettuare prestazioni di servizio non è compatibile con la normativa comunitaria, insieme al fatto che l’architetto deve limitare l’esercizio nell’ambito provinciale di iscrizione. Nel secondo caso, secondo la Corte europea è eccessiva la richiesta italiana di dover presentare l’originale della laurea o una sua copia autenticata e di dover fornire la traduzione ufficiale di tutti i documenti e esibire un certificato di cittadinanza. La sentenza, infine, estende il riconoscimento automatico dei titoli di altri Paesi agli architetti che esercitano la professione prima del 5 agosto 1987. Altre notizie sull’argomento: Professioni, proposta Ue per “armonizzare” legislazione
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