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NORMATIVA

Le terre e rocce da scavo non sono rifiuti se riutilizzate sul posto

di a cura di Sistemi Editoriali - Simone Editore

La Corte di Cassazione si pronuncia su un aspetto controverso della disciplina dei rifiuti nel settore edile

Vedi Aggiornamento del 21/10/2008
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28/07/2003 - La Terza Sezione penale della Corte di Cassazione, con 11 febbraio 2003, n.291, applica per la prima volta l`art.14 del D.L. 138/2002 (convertito dalla L. 178/2002) recante l'interpretazione autentica della definizione di rifiuto di cui all`art.6 del Decreto Ronchi, escludendo dal campo di applicazione del decreto stesso delle terre e delle rocce da scavo "destinate all'effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati, con esclusione di materiali provenienti da siti inquinati e da bonifiche con concentrazione di inquinanti superiore ai limiti di accettabilità stabiliti dalle norme vigenti". La Suprema Corte ha assolto perché il fatto non sussiste il titolare di una impresa edile che aveva effettuato lavori di rifacimento di una rete fognaria sottostante il manto stradale, riempendo lo scavo aperto con le stesse terre scavate miste a frammenti di asfalto. La Corte ha ritenuto che che i materiali di scavo e sbancamento di una pubblica via, riutilizzati tal quali sul posto, non rientrano nella nozione di rifiuto, perché è la legge ad operare in via generale questa esclusione, ove ricorrano le seguenti condizioni: 1. che si tratti di "terre o rocce di scavo", quale che sia la provenienza, anche se non legate alle cosiddette grandi opere , in quanto la legge (articolo 10 legge 93/2001) ha una portata generale sul punto e non lega espressamente la esclusione solo alle opere pubbliche e ad alcune "terre e rocce di scavo" rispetto ad altre; 2. che si realizzi "l'effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati", avvengano questi sul posto od in luogo diverso; 3. che i materiali scavati non provengano da "siti inquinati o da bonifiche con concentrazione di inquinamento superiori ai limiti di accettabilità stabiliti dalle norme vigenti". Nel caso in esame, i materiali (non provenienti da siti inquinati o da bonifiche), essendo stati effettivamente riutilizzati per reinterri sul posto, non costituiscono "rifiuto" in senso giuridico. Non si pone il problema della natura " pericolosa" del rifiuto con riferimento alle modeste scaglie di asfalto reinterrate insieme con terreno e pietrisco, perché manca per legge la nozione stessa di "rifiuto": le terre e rocce da scavo, anche se contaminati sono riutilizzabili, purché non provengano da siti inquinati da bonifiche (nel qual caso vi è una presunzione di pericolosità stabilita dalla legge e riemerge il concetto di rifiuto). Questo convincimento giuridico del Collegio è ulteriormente rafforzato alla luce dell'articolo 14 del Decreto-legge 8 luglio 2002, n. 138, convertito nella legge 8 agosto 2002, n. 178 recante interpretazione "autentica" della definizione di rifiuto. Quest'ultima legge non innova in ordine alla tradizionale nozione di rifiuto elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza sotto il profilo soggettivo (le parole "si disfi" o abbia deciso di disfarsi") ed oggettivo (la "doverosità") di disfarsi, al di là dell'orientamento soggettivo, quando ricorrano le condizioni particolari stabilite dalla legge o dalla Pa). La novità della legge (articolo 14, comma 2) riguarda la esclusione dal concetto di rifiuto di "beni o sostanze e materiali residuali di produzione o di consumo", anche se formalmente compresi nell'elenco dei rifiuti pericolosi (ossia dei cosiddetti "residui" o "materie prime seconde") ove ricorra la condizione dell'effettivo ed oggettivo riutilizzo e, nel caso concreto, non sia ravvisabile un pregiudizio per l'ambiente. Secondo la Suprema Corte, "la riforma legislativa non appare contestare con i principi costituzionali, perché ripropone proprio le indicazioni della Corte Costituzionale di cui alla sentenza n. 512 del 30/10/90 pronunciata in tema di riutilizzo delle materie prime seconde. Se la Corte Costituzionale riteneva legittimo il Decreto del 26-1-'90 del Ministero dell'ambiente, nella parte relativa alla individuazione, per provenienza e destituzione, delle materie prime seconde, a maggior ragione la legittimità deve essere affermata in relazione ad una legge del Parlamento che fissa un criterio generale di distinzione, trattandosi di un criterio di ragionevolezza, al quale si ispirano anche le direttive comunitarie, dovendosi liberare il territorio dal peso enorme di rifiuti da destinare a discariche od inceneritori, attraverso la reinmissione nel ciclo economico di sostanze e materiali, aventi un elevato grado di probabilità di riutilizzo. Una filosofia "onnicomprensiva" del concetto di rifiuto, se era comprensibile nella prima fase di approccio della gestione del problema, oggi appare anacronistica, perché nella realtà esistono molti materiali ad elevata valenza economica, che non meritano la qualifica dispregiativa di "rifiuto", perché non sono tali. La legge citata non richiama solo l'elevato grado di probabilità di riutilizzo (con il termine "possono …essere riutilizzati"), ma quello sostanziale dell'effettivo ed oggettivo riutilizzo, senza pregiudizio per l'ambiente, sicché anche sotto tale profilo non si ravvisano motivi di palese contrasto con i principi costituzionali e le norme comunitarie. Poiché nel caso in esame, così frequente nella gestione dei servizi nelle aree urbane, non si è neppure posto il problema dell'abbandono di rifiuti di provenienza esterna al luogo in cui veniva operata la manutenzione della conduttura fognaria comunale, ma al contrario vi è stato un utilizzo degli stessi materiali scavati, la Corte ritiene che l'imputato debba essere assolto con la formula della giuridica insussistenza del fatto-reato. a cura di Sistemi Editoriali - Simone Editore

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