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Assegnazione quote CO2: l’Aitec ricorre al TAR
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Assegnazione quote CO2: l’Aitec ricorre al TAR

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Il motivo: la sospensiva del provvedimento di allocazione

30/11/2005 - Il Presidente dell’Aitec, Giacomo Marazzi: “dopo il ricorso di settembre alla Corte di Giustizia Europea, abbiamo deciso di impugnare dinanzi al TAR un provvedimento che avrà gravi ripercussioni sul nostro settore e su tutto il comparto delle costruzioni. Le quote assegnate al settore sono addirittura inferiori ai fabbisogni dell’anno duemila, quando la produzione di cemento era di circa il 15% più bassa rispetto ad oggi. Inoltre si è assistito a una palese discriminazione dell’industria cementiera nei confronti di altri settori industriali e dei principali competitors europei. L’AITEC – associazione nazionale dei produttori di cemento - ha deciso di intraprendere la via giudiziaria, ricorrendo al TAR per la sospensiva del provvedimento di assegnazione delle quote di CO2 in Italia. Il ricorso al TAR farà seguito all’impugnazione della Decisione della Commissione Europea del 25 maggio 2005, volta a far valere i vizi formali e sostanziali della Decisione relativa al Piano Nazionale di Assegnazione delle quote notificato dall’Italia. Considerate le modalità con cui la vicenda delle emissioni si è andata sviluppando in Italia, con forti ritardi e rilevanti discriminazioni – le aziende cementiere stanno seriamente valutando anche di chiedere al Governo il risarcimento dei danni subiti. “Il ricorso alle vie giudiziarie – precisa Giacomo Marazzi - è una scelta estrema, ma inevitabile, che è conseguenza di un atteggiamento irresponsabile e autolesionista delle Autorità. Questa decisione giunge alla fine di un percorso che fin dall’inizio si è caratterizzato per negligenza e scarsa attenzione ai problemi specifici del settore. E’ particolarmente grave che non si sia tenuto conto dei dati certificati forniti, determinando una valutazione errata sia delle emissioni di partenza, riferite all’anno 2000, che delle dinamiche di crescita produttiva. Le Autorità competenti non hanno recepito le riserve più volte presentate dall’AITEC, con le quali si denunciavano errori, discriminazioni e illegittimità palesi, come ad esempio l’errata registrazione delle emissioni nel 2000, anno di riferimento su cui si è stimato il fabbisogno di CO2 per il triennio 2005-2007, e l’applicazione di un tasso di crescita per il settore cemento notevolmente sottostimato rispetto alla realtà”. Per quanto riguarda il primo punto, Aitec è stata l’unica associazione industriale ad aver fornito alle Autorità nazionali dati certificati da parte di un organismo indipendente sulle quantità di emissioni prodotte nel 2000 dai propri impianti. Nonostante i dati forniti, però, e soprattutto nonostante la loro attendibilità, le Autorità nazionali hanno attribuito un valore di quote per il 2000 inferiore di circa il 4% a quanto dichiarato dalle aziende del settore. Errore che corrisponde a circa 1 milione di tonnellate di CO2. In relazione alla crescita produttiva stimata per l’assegnazione delle quote nel triennio 2005-2007, le Autorità nazionali hanno riconosciuto al settore addirittura una flessione delle emissioni rispetto al 2000, mentre tra il 2000 e il 2004 la produzione di clinker da cemento ha registrato in Italia una crescita di circa l’11%. L’assegnazione delle quote rappresenta anche un elemento di grave distorsione della competizione a livello europeo, con ulteriori gravi penalizzazioni per l’industria italiana del cemento, che per la sua localizzazione geografica è già soggetta alle pressioni competitive provenienti da Paesi non aderenti al Protocollo di Kyoto. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, che insieme rappresentano la metà della produzione di cemento nell’Unione Europea, hanno riconosciuto alle proprie aziende cementiere quote di CO2 maggiori, se paragonate a loro livello produttivo. Questo vuol dire che, nonostante ormai la tecnologia di processo sia la stessa in ambito UE, una cementeria di questi Paesi potrà emettere più CO2 per tonnellata di cemento prodotta di quanto possa fare un produttore italiano. A questi gravi errori e discriminazioni si aggiunge l’insufficiente ‘riserva per nuovi entranti’, ovvero quote di CO2 riservate ai nuovi impianti che avvieranno la produzione di cemento in futuro. In conclusione per il Presidente dell’AITEC “l’aver fissato un limite per il 2005 di 25,7 Mton di CO2 costituisce di fatto un invito alle aziende a sospendere la produzione, una volta terminate le quote assegnate. Anche perché, come è stato più volte fatto presente, l’industria del cemento non è in grado di ricorrere all’acquisto di ulteriori quote, tenendo conto del limitato valore unitario del prodotto, tra i più bassi in confronto agli altri settori interessati dal sistema di Emissions Trading, e del prezzo di mercato a cui oggi vengono scambiate le quote di CO2”. A questi si aggiunga la totale assenza di regole certe relative al funzionamento e alla gestione dei mercati e degli scambi. “L’industria italiana del cemento – prosegue Marazzi - non intende far mancare il proprio apporto alla soluzione globale del problema, né è in discussione la sua disponibilità a giocare il ruolo che le compete nella sfida lanciata dal Paese per il contenimento delle emissioni. Ma riteniamo che le misure adottate vadano purtroppo nel senso opposto, poiché impongono uno stringente vincolo alla produzione del nostro settore, con la conseguenza che si farà ricorso a maggior cemento d’importazione da Paesi non soggetti al Protocollo di Kyoto, quindi a maggior contenuto emissivo anche per i consumi legati al trasporto.
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