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Banlieue parigine e responsabilità dell’architettura
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Banlieue parigine e responsabilità dell’architettura

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Domus raccoglie sul numero di dicembre le riflessioni Claude Parent

07/12/2005 - Domus raccoglie sul numero di dicembre le riflessioni Claude Parent, figura di spicco della cultura architettonica contemporanea e dell’avanguardia artistica francese, sulle recenti violenze nelle periferie della capitale francese. Parent, già nel 1960, con l’intero comitato di redazione di L’Archietcture d’Aujourd’hui, manifestò al primo ministro Debré la propria opposizione alla costruzione di nuovi poli urbani nella regione parigina, cui contrappose la cosidetta ‘Parigi Parallela’, una Parigi Due, fortemente concentrata, pari alla Parigi attuale, cui era collegata da mezzi di comunicazione stremamente rapidi. Ma i maggiori architetti dell’epoca, di fronte alla necessità di dare un luogo abitabile agli immigrati arruolati massicciamente come manodopera per l’industria, si lasciarono guidare dall’urgenza piuttosto che da una riflessione critica sull’edilizia residenziale in periferia. Così Parent ci suggerisce che quando oggi assistiamo a episodi di rivolta, di saccheggio, di lotta armata nelle periferie parigine, siamo purtroppo costretti a dire che dopo cinquant’anni le stesse cause producono gli stessi effetti. Se la miseria, la disoccupazione, la precarietà sono le cause che stanno alla base di questi avvenimenti, la natura dell’architettuta di queste periferie, la sua densità eccessiva, il suo invecchiamento, la sua mancata manutenzione, e, soprattutto, la sua distanza da qualunque centro di attività, fa si che le cause originali diventino esplosive. Il vero fattore di questa esplosione è la barriera obbligata che si erge tra Parigi e le sue periferie: nessun trasporto comune, nessuna attività industriale, poco commercio, nessuna attrezzatura per il tempo libero, insomma un accumulo di dormitori senza nessuna speranza di vivere in simbiosi con la capitale. A tutto ciò si aggiungono due elementi della forma architettonica che acuiscono la crisi: gli edifici a torre e le stecche a grande altezza, che rendono astratta la vita comunitaria, e permettono il contatto socale sono attraverso la scala, o, peggio, l’ascensore. Nessuno in un’architettura tanto monotona può avere la minima occasione di affermare la propria individualità. Che cosa è possibile fare oggi? Parent suggerisce prima di tutto di distruggere, con l’obiettivo di risanare e creare la città futura, le cui installazioni dovrebbero avere la natura di un tessuto urbano continuo, costruito secondo un dato dinamico che tenga conto delle migrazioni generate dalle regole moderne della distribuzione del lavoro. Ufficio Stampa domus - Antea A. Cristina Pizzorno - 348 7490462 - acpizzorno@anteaonline.com Polliana Parodi – 340 8588962– pparodi@anteaonline.com
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