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Espropriazioni: troppo bassa l'indennità per i suoli edificabili

di Rossella Calabrese

La Corte Costituzionale boccia l’art. 37 del Testo unico degli espropri relativo al calcolo del risarcimento dei proprietari

Vedi Aggiornamento del 26/06/2012
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13/11/2007 - Con la sentenza n. 348 del 22 ottobre 2007 , la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il calcolo dell’indennità di espropriazione dei suoli edificabili.

La censura riguarda l’art. 5-bis, commi 1 e 2, del decreto legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica) convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 - trasposto nell'art. 37 del d.P.R. n. 327 del 2001 - per violazione dell’art. 111 della Costituzione, in relazione alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).

Il meccanismo di quantificazione dell’indennizzo assegna al proprietario espropriato una somma pari alla media del valore di mercato del bene e del reddito domenicale rivalutato, riferito all'ultimo decennio, con una ulteriore sottrazione del 40% per chi non cede volontariamente il bene. Secondo i giudici la somma spettante al proprietario espropriato risulterebbe eccessivamente inferiore ai valori di mercato e non costituirebbe “un serio ristoro della perdita subìta”.

Tale norma poteva essere giustificata nel 1992 dalle “congiuntura economica in cui versava il Paese”. Tuttavia, il contenuto della norma è stato trasposto nell'art. 37 del d.P.R. n. 327 del 2001, che ha reso “definitivi” quei criteri di liquidazione dell'indennizzo, cancellandone la “provvisorietà” che la legittimava.

Secondo la Consulta, la norma censurata – che prevede un'indennità oscillante, nella pratica, tra il 50 ed il 30% del valore di mercato del bene – non ha un “ragionevole legame” con il valore venale, prescritto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo e coerente, del resto, con il “serio ristoro” richiesto dalla giurisprudenza consolidata della Corte. La suddetta indennità è inferiore alla soglia minima accettabile di riparazione dovuta ai proprietari espropriati, anche in considerazione del fatto che la pur ridotta somma viene ulteriormente falcidiata dall'imposizione fiscale, la quale si attesta su valori di circa il 20%. Il legittimo sacrificio che può essere imposto in nome dell'interesse pubblico – concludono i giudici - non può giungere sino alla pratica vanificazione dell'oggetto del diritto di proprietà.

Si pone ora il problema di riempire questo vuoto normativo: i giudici suggeriscono di determinare un indennizzo che, pur discostandosi dal valore di mercato dei beni ablati, sia comunque più alto di quello stabilito dalla norma censurata.

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