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ARCHITETTURA

Biennale Venezia: le Installazioni dell’Arsenale

di Roberta Dragone

In scena l’architettura come mondo alternativo

Vedi Aggiornamento del 13/10/2008
23/09/2008 – La “architettura delle alternative” auspicata da Aaron Betsky per l’11. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia diventa nelle Corderie dell’Arsenale proiezione su più schermi di una architettura evocata da frammenti di film di fantascienza, per poi assumere le sembianze di grandi installazioni e site specific che si domandano come sia possibile sentirsi “a casa” nel mondo.
 
Apre l’esposizione delle Corderie Hall of Fragments , a cura di David Rockwell con Casey Jones + Reed Kroloff; un’opera che celebra il cinema quale mondo libero dai limiti della fisica e della legge che di norma vincolano l’architettura, e che fa riflettere sull’influenza che da sempre il cinema esercita sull’architettura quale preziosa fonte di immaginazione nonché di ispirazione.
“I cinema sono camere di isolamento per la fantasia che schermano dalle tracce udibili e visibili dello spazio normativo sostituendole con un avvolgente paesaggio onirico”. Metropolis, Blade Runner, The Truman Show, 2001: Odissea nello spazio, Play Time, Il cielo sopra Berlino sono solo alcuni titoli delle diverse decine di film scelti per Hall of Fragments.
 
La mostra prosegue lungo le Corderie con Installations , installazioni di grandi dimensioni che rispondono alla sfida lanciata da Betsky di mettere in mostra “una architettura che non si limita semplicemente a starsene piazzata lì, che non è un monumento, un puro fatto o una struttura che giustifica la propria esistenza soltanto in virtù del rendimento o dell’attuazione di un determinato compito, per esempio quello di fornire riparo”; esempi piuttosto di una architettura “che cerca di rivelare, di aprirsi, di coinvolgere”.
 
Si tratta di opere spettacolari che inscenano una architettura intesa non come esercizio semantico né equivalente del costruito, bensì come “mondo alternativo, trasformandola in una rivelazione continua del dove noi siamo e forse anche di chi noi siamo”.
 
Se l’architettura, nel tentativo di rendere servizio in modo produttivo alla nostra società mediante oggetti utili, si troverebbe oggi quasi nell’impossibilità di essere qualcosa di diverso da una coordinazione di complessi codici che definiscono la costruzione degli edifici: di vita e di sicurezza, economici e finanziari, di zonizzazione e ordinamenti locali, l’alternativa individuata da Betsky e tradotta dai partecipanti alla 11. Mostra Internale di Architettura di Venezia sarebbe quella di un’architettura “strana, inutile, fuori dell’ordinario e magnificamente assurda”.
 
Le installazioni in mostra nelle Corderie sembrerebbero risposte differenti alla domanda: “come può l’architettura essere una rivelazione del nostro mondo, piuttosto che la semplice realizzazione di edifici che affermano e fissano una realtà ritenuta da molti di noi limitante e forse imprigionante, una realtà che ci blocca nella nostra routine e nel nostro luogo?”.
 
La ricerca virtuale è quanto prevale maggiormente: l’uso del Photoshop e di codici digitali per creare forme che non possono esistere nel mondo reale, ma che operano nella sfera in cui oggi esiste la maggiore concentrazione di conoscenza, quella virtuale.
La spirale prende allora il posto della pianta e della sezione a favore di un movimento infinito di spazi che sembrano non avere inizio né fine, mentre la curva a “S” fonde insieme gli elementi strutturali trasformandoli in complesse continuità di forma.

UNStudio presenta l’installazione dal titolo “ Il camerino di prova – la haute couture dell’architettura ”, che fa spostare il visitatore attraverso strati che si accavallano e fluiscono l’uno nell’altro in una traiettoria curva che proiezioni ed effetti luminosi diversi contribuiscono a rendere più complessa. Le proiezioni alterano l’ambiente, nonché l’aspetto stesso del visitatore che viene inondato di luce e di colore. Effetto che sembrerebbe invitare a riflettere sul modo in cui ci influenza il mondo che cambia intorno a noi.
 
Matthew Ritchie presenta, in collaborazione con Benjamin Aranda , Chris Lasch e Daniel Bosia , The Evening Line , una struttura mutevole concepita come spazio collaborativo: artisti, architetti, ingegneri, fisici e musicisti danno ciascuno il proprio contributo per dare vita ad una nuova forma. Ne risulta un sistema strutturale tridimensionale in cui si intrecciano struttura fisica, proiezioni video e ambienti sonori.
 
An te Liu riflette sulle tecnologie ambientali e immagina un futuro in cui potremmo vivere all’interno di bolle ambientali completamente controllate, in cui tutti i nostri bisogni sono soddisfatti da una serie di sistemi e di congegni. Cloud (Nuvola) si compone di apparecchiature domestiche per la purificazione dell’aria. “Questi strumenti lavano, filtrano, ionizzano e sterilizzano il nostro spazio atmosferico, tenendoci separati da batteri, germi e polvere. Come sarà fatto il nostro nuovo mondo? Sarà pulito, finalmente”.
 
Kesselskramer e Droog riflettono sul mondo dei single contemporanei. L’opera da loro portata alla Biennale di Venezia, dal titolo “ S1ngletown ”, indaga su convinzioni, desideri e paure di questo gruppo demografico. Il campo d’azione di tale indagine è la città.
I visitatori possono aggirarsi nell’interpretazione astratta di uno spazio urbano dedicato ai single, ispezionando le abitazioni di single moderni e interagendo con una serie di prodotti alcuni dei quali appositamente ideati per chi vive da solo. Viene offerta un’idea del possibile stile di vita futuro dei single.
 
“Alcune di queste installazioni – commenta il curatore della Biennale – svelano pezzi solitamente nascosti dentro l’edificio, mentre altre ci mostrano la tecnologia. Alcune addomesticano la realtà, altre rendono irreale il domestico. Alcune sono totalmente astratte e al tempo stesso talmente indicibili quanto a dimensione e texture da spingerci a interrogarci sulla consistenza della nostra corporeità umana; altre sono così frammentate da produrre l’effetto di richiamarci al momento di quella che sempre cerchiamo di stabilire come certezza. Ma nessuna di esse afferma, nessuna può essere usata per fare edifici. Esse rimangono soltanto attrici nello spettacolo dell’architettura al di là del costruire”.
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