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NORMATIVA

Architetti contro il Piano Casa della Lombardia

di Paola Mammarella

Misure poco innovative già presenti negli strumenti urbanistici comunali

Vedi Aggiornamento del 30/09/2009
06/07/2009 – Potrebbe non assumere il rilievo desiderato il Piano Casa della Lombardia. A sostenerlo è il Consiglio dell’ Ordine degli Architetti della Provincia di Milano , che ha analizzato il disegno di legge 392 , approvato con Delibera di Giunta il 3 giugno e presentato il giorno dopo in Consiglio Regionale, recante “Azioni straordinarie per lo sviluppo e la qualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico della Lombardia”.
 
Nonostante il ddl persegua obiettivi condivisibili, vista la situazione di crisi in atto, molte disposizioni sono già presenti nella strumentazione urbanistica comunale. Situazione aggravata dalla sostituzione dei piani urbanistici vigenti con quelli per il governo del territorio. La preoccupazione maggiore resta l’impatto delle volumetrie in contesti spesso congestionati, la cui condizione potrebbe essere aggravata dall’applicazione indiscriminata della norma per il rilancio dell’edilizia.
 
Criticato l’ articolo 2 , che secondo l’Ordine degli Architetti non aggiunge molto allo strumento urbanistico comunale in materia di ricostruzione di parti dismesse di fabbricati esistenti. Non sarebbe inoltre chiarito su che base debba essere calcolato il volume esistente. Giudicata inadeguata la disciplina per il recupero dei fabbricati agricoli , che non implica il riuso del considerevole patrimonio di edilizia rurale caratterizzato dall’alto valore storico e ambientale.
 
Non rappresentano una novità neanche i bonus volumetrici una tantum per villini e palazzine, per i quali si dovrebbe chiarire la possibilità di sommare gli ampliamenti previsti dal nuovo testo in discussione, leggi regionali e piani comunali, nonché il rischio di applicazione all’interno dei centri storici. Sarebbe poi improprio assegnare alla Commissione per il paesaggio il compito di valutare la coerenza dei fabbricati oggetto di intervento perché ciò significherebbe attribuirle la capacità di negare o approvare i diritti volumetrici.
 
Gli architetti milanesi non approvano neanche l’esclusione dagli interventi degli immobili non residenziali, mentre guardano con interesse alla possibilità di sfruttare i quartieri storici o di edilizia popolare a bassa densità. Misura che può essere vanificata dalla disposizione che limita gli interventi a Comuni e Aler, proprietari degli edifici pubblici, col rischio di creare dei ghetti e non riuscire a differenziare le presenze sociali. Sarebbe quindi auspicabile il coinvolgimento dei privati interessati ad operare in regime di edilizia convenzionata,differenziando così l’assortimento dei possibili assegnatari.
 
Preoccupa anche l’incremento generalizzato in misura inferiore al 40% della volumetria complessiva destinata a edilizia residenziale pubblica esistente nel quartiere, che in alcuni contesti caratterizzati da alta intensità e tensione abitativa potrebbe risultare indesiderato. Bisogna infatti considerare che molti quartieri, che potrebbero diventare oggetto della densificazione, sono frutto di studi approfonditi. La loro riprogettazione dovrebbe quindi seguire criteri accurati, avvalendosi anche del concorso di progettazione.
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