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URBANISTICA

Case a rischio frane e alluvioni nel 79% dei Comuni

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Presentato da Legambiente e Protezione Civile 'Ecosistema rischio 2009'

Vedi Aggiornamento del 07/12/2010
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11/12/2009 - Forti ritardi nella prevenzione e ancora troppo cemento lungo i corsi d’acqua e in prossimità di versanti franosi e instabili: resta elevato il pericolo frane e alluvioni in Italia. Nel 79% dei comuni coinvolti nell’indagine Ecosistema rischio 2009 sono presenti abitazioni in aree esposte a pericolo di frane e alluvioni, nel 28% dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri e nel 54% fabbricati e insediamenti industriali. Nel 20% dei comuni campione d’indagine in aree classificate a rischio idrogeologico sono presenti strutture sensibili o strutture ricettive turistiche. Nel 36% dei comuni non viene ancora realizzata una manutenzione ordinaria delle sponde.

Nonostante sia così pesante l’urbanizzazione delle zone a rischio appena il 7% delle amministrazioni comunali ha provveduto a delocalizzare abitazioni e solo nel 3% dei casi sono stati avviati interventi di delocalizzazione dei fabbricati industriali. Nel 15% dei comuni mancano ancora i piani urbanistici che prevedono vincoli all’edificazione delle aree a rischio idrogeologico: i dati sulla pesante urbanizzazione delle zone a rischio nel paese dimostrano come sia urgente dare maggiore efficacia a questi strumenti normativi. Dati confortanti arrivano invece per le attività svolte nell’organizzazione del sistema locale di protezione civile: l’82% delle amministrazioni comunali possiede un piano d’emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione, e nel 54% dei casi i piani sono stati aggiornati negli ultimi due anni.

È questa la fotografia del pericolo frane e alluvioni in l’Italia scattata da Legambiente e dal Dipartimento della Protezione Civile con Ecosistema Rischio 2009. L’indagine, realizzata nell’ambito della campagna nazionale Operazione Fiumi 2009, che ha monitorato le attività nell’opera di prevenzione di frane e alluvioni realizzate da oltre 1.700 amministrazioni comunali, pari al 30% dei 5581 comuni classificati a rischio idrogeologico dal Ministero dell’Ambiente e dall’UPI.
 
Ecosistema rischio 2009 è stato presentato il 9 dicembre scorso a Roma nel corso di una conferenza stampa che ha visto la partecipazione del capodipartimento della Protezione Civile Guido Bertolaso, del presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e del responsabile nazionale Protezione Civile di Legambiente Simone Andreotti.
 
“Le frane che hanno colpito in maniera drammatica Ischia e Messina sono l’ultima tragica testimonianza di quanto sia urgente invertire la tendenza nella gestione del territorio – spiega Vittorio Cogliati Dezza -. La continua e intensa urbanizzazione lungo i corsi d’acqua e in prossimità di versanti fragili e instabili, fa sì che il nostro Paese sia fortemente esposto ai rischi del dissesto idrogeologico. Il ritardo con cui troppe amministrazioni locali avviano interventi mirati ad attività di prevenzione e pianificazione, la lentezza con cui vengono avviati, là dove possibile, interventi di delocalizzazione di abitazioni e fabbricati industriali dalle aree più esposte a pericolo, la quasi totale assenza di progetti finalizzati alla rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e delle zone dissestate risultano sconcertanti. Abusivismo e cementificazione priva di regole non sono, purtroppo, solo un’eredità del passato ma una realtà da combattere ogni giorno, e il Piano Casa recentemente approvato dalle Regioni in molti casi peggiora la situazione accrescendo i rischi, perché può consentire nuove deroghe senza alcun rispetto per le regole della prevenzione del rischio idrogeologico. Pur potendo contare su un ottimo sistema di protezione civile, dobbiamo essere consapevoli che una reale ed efficace opera di prevenzione va realizzata partendo dal rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi fragili come i fiumi insieme ad una maggiore cura del territorio”.
 
“I mutamenti climatici provocano sempre più spesso precipitazioni intense concentrate in periodi brevi, costringendoci a considerare con sempre maggiore attenzione il delicato assetto idrogeologico di molte aree del nostro Paese - spiega Simone Andreotti -. Non solo i grandi fiumi, ma anche i torrenti e le fiumare sono spesso minacciati da intubazioni insensate, discariche abusive, ponti sottostimati con costruzioni edificate sin dentro gli alvei. Ed è proprio da qui che bisogna partire per migliorare concretamente la sicurezza del nostro Paese. I dati del nostro dossier dimostrano come sia urgente iniziare ad abbattere le costruzioni abusive e puntare decisamente sulla delocalizzazione delle strutture a rischio, sugli interventi di messa in sicurezza puntuali e di qualità. Se negli ultimi anni si è registrato un notevole passo in avanti compiuto dalle amministrazioni locali rispetto all’organizzazione del sistema locale di protezione civile, è indispensabile che da subito le stesse si attivino nella programmazione di una migliore gestione del territorio”. 
 
Secondo Ecosistema Rischio 2009, il lavoro di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico non è ancora sufficiente per il 68% dei comuni e rimane alta (27%) la percentuale delle amministrazioni che ottengono un punteggio del tutto insufficiente nella speciale classifica del dossier. Entrambe al nord le ‘maglie rosa’ assegnate ai comuni più meritori: Palazzolo sull’Oglio (BS) e Canischio (TO) che verranno premiati con la bandiera “Fiume sicuro” come riconoscimento del buon lavoro svolto. “Maglie nere”, invece, assegnate ad Acquaro (VV), San Ferdinando (RC), Oppido Marina (RC) in Calabria; Altavilla Silentina (SA), Polla (SA), Quarto (NA) in Campania; e Vejano (VT) nel Lazio.
 
Tra i capoluoghi di provincia solo Cagliari e Perugia raggiungono la sufficienza. Nonostante in queste città sia notevole l’urbanizzazione delle aree a rischio infatti, sono stati realizzati interventi di manutenzione delle sponde dei fiumi e delle opere di difesa idraulica; sono stati redatti e aggiornati i piani di emergenza e sono state effettuate attività informative rivolte ai cittadini ed esercitazioni. Il fanalino di coda è invece Palermo che, pur avendo strutture in aree a rischio, non ha avviato nessuna politica di gestione del territorio.
 
 
Fonte: Ufficio stampa Legambiente

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