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Gestione dei rifiuti inerti: un paradosso tutto italiano

di Francesco Montefinese*

Spregiudicata attività estrattiva e bassissime percentuali di recupero

Vedi Aggiornamento del 24/10/2011
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29/04/2010 - Secondo i dati riportati nell’ultimo rapporto ISPRA sulla produzione dei rifiuti in Italia, i rifiuti inerti rappresentano la voce più rappresentativa. Infatti, pur non avendo riscontri ed elementi certi di raffronto, la produzione annuale si aggira su circa 50 milioni di tonnellate. La percentuale avviata al recupero si attesta intorno al 10%.
 
Il confronto dei dati con alcune realtà dell’Unione Europea ci crea imbarazzo per la scarsa attività di recupero e la spregiudicata attività estrattiva. Infatti, per quanto riguarda l’attività estrattiva, sembra che l’Italia sia rimasta bloccata al metodo antiquato che scavare ed estrarre  sia più facile e redditizio.
 
L’ultimo rapporto Legambiente conferma dati avvilenti: 6 mila cave in esercizio e circa 10 mila abbandonate. Migliaia di fianchi di colline e di montagne restano piaghe aperte, in alcune regioni si insiste ancora sull’estrazione fluviale. Le Regioni dove l’attività estrattiva  effettua il prelievo maggiore sono la Puglia con 25 milioni di metri cubi, la Lombardia con 23,6 milioni di metri cubi e il Lazio con 19,2 milioni di metri cubi. In queste tre regioni si estraggono circa  la metà del quantitativo totale. Eppure il canone di estrazione richiesto è estremamente basso, o del tutto inesistente nel caso della Puglia.

Le alternative esistono e funzionano. In Danimarca da oltre 20 anni, il problema è stato risolto con una politica di tassazione che arriva a far pagare 50 euro a tonnellata per buttare in discarica gli inerti: così il 90% dei materiali inerti utilizzati viene dal riciclo. In Italia avviene il contrario.
 
Porre rimedio è solo questione di indirizzo e controllo. Basta incrementare l’attività di recupero dei rifiuti inerti. È necessario applicare e far rispettare la normativa in vigore, dal Testo Unico Ambientale (Dlgs 152/2006) che ha regolamentato e stabilito le norme sulla gestione dei rifiuti, al DM 203/2003 (c.d. Decreto 30%) che ha introdotto l’obbligo per la Pubblica Amministrazione di coprire i propri fabbisogni con almeno il 30% di prodotti rinvenienti da recupero.
 
I rifiuti inerti recuperati, conformi agli standard della Circolare 5205 del 15/7/2005 del Ministero dell’Ambiente, iscritti al Repertorio del Riciclaggio, possono essere utilizzati, nel settore edile-stradale ed ambientale, in sostituzione dei materiali naturali per:
- la realizzazione del corpo dei rilevati di opere in terra;
- la realizzazione di sottofondi stradali,ferroviari,aeroportuali;
- la realizzazione di strati di fondazione delle infrastrutture di trasporto e di piazzali civili ed industriali;
- la realizzazione di recuperi ambientali, riempimenti e colmate;
- la realizzazione di strati accessori (anticapillare/drenante);
- il confezionamento di  calcestruzzi con classe di resistenza  Rck < 150.
 
Il recepimento della Direttiva 2008/98/CE del 19/11/2008 impone il raggiungimento, entro il 2020, di una percentuale di recupero, in termini di peso, pari al 70% dei rifiuti prodotti. Raggiungere questo obiettivo permetterà agli stati membri, e sopratutto all’Italia, di incrementare notevolmente la produzione di aggregati riciclati da destinare al riutilizzo, eliminare dall’abbandono e dal degrado milioni di tonnellate di rifiuti e dimezzare l’attività estrattiva, destinandola esclusivamente alla produzione di materiali con lavorazioni più nobili, quali sabbie, calcestruzzi, asfalti, ecc., così facendo riporteremmo solo vantaggi.


*Responsabile Programma RECinert

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