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AMBIENTE

Sei milioni di italiani abitano in territori ad alto rischio idrogeologico

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Studio del Consiglio Nazionale dei Geologi: dal 1944 il dissesto è costato 213 miliardi di euro

Vedi Aggiornamento del 12/01/2012
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14/10/2010 - Sei milioni di italiani abitano in territori ad alto rischio idrogeologico, tre milioni in aree ad alto rischio sismico e 22 milioni in zone a rischio medio; dal 1944 al 2009 il costo del dissesto idrogeologico e dei terremoti è stato di 213 miliardi di euro.
 
Questi, in sintesi i dati del primo Rapporto “Terra e Sviluppo. Decalogo della Terra 2010”, realizzato dal neonato Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi in collaborazione con il Cresme, che è stato presentato mercoledì scorso a Roma.
 
Il Rapporto, presentato dal presidente del CNG Piero Antonio De Paola, offre per la prima volta una sintesi dei rischi che oggi esistono nel nostro Paese per persone e cose, evidenziando gli effetti sociali ed economici della loro gestione.
 
“L’Italia è un territorio fragile - ha detto il Presidente De Paola -: le aree ad elevata criticità idrogeologica rappresentano il 10% della superficie italiana e riguardano l’89% dei comuni; le aree ad elevato rischio sismico sono circa il 50% del territorio nazionale e il 38% dei comuni. La tutela della popolazione residente in queste aree, il risanamento idrogeologico del territorio e la messa in sicurezza del patrimonio dagli eventi disastrosi diventano prioritarie per il Paese. Anche quest’autunno, come ogni anno, abbiamo dovuto registrare delle vittime a causa del dissesto idrogeologico che caratterizza il nostro Paese. È necessario che cresca la consapevolezza nella società civile, così come negli amministratori locali e nei rappresentanti della politica, che abbiamo una priorità nazionale: rendere sicuro il nostro territorio.
 
Come Consiglio Nazionale dei Geologi - ha proseguito De Paola - siamo in prima fila, possiamo tranquillamente dire in trincea. Ogni giorno cerchiamo di dare il nostro contributo che oggi si arricchisce di uno studio complessivo che mette in fila i numeri che caratterizzano i rischi del nostro territorio. L’obiettivo dello studio è quello di restituire un quadro d’insieme complesso, è uno strumento di lavoro, sul quale riflettere. Certo i temi della manutenzione ordinaria del territorio, della prevenzione del rischio, della responsabilità dei sindaci nelle scelte di localizzazione degli edifici, del ruolo centrale di una pianificazione territoriale di qualità, insieme a quello delle risorse emergono con forza dall’analisi ”
 
Si tratta di un ampio studio, presentato in anteprima, e che sarà pubblicato nel prossimo numero del trimestrale del Consiglio Nazionale dei Geologi, “Geologia tecnica & Ambientale”. Lo studio analizza dieci questioni: le dinamiche della popolazione italiana e il suo scenario previsionale, il consumo di suolo, il dissesto idrogeologico, gli eventi sismici, la popolazione e il patrimonio edilizio a rischio (con un focus sul patrimonio scolastico e su quello ospedaliero), la questione dei rifiuti, la storia dei costi del dissesto idrogeologico e dei terremoti dal 1944 al 2009 e della spesa reale degli investimenti per la salvaguardia ambientale, il quadro della pianificazione ambientale tra Piani di Assetto Idrogeologico, Piani Paesaggistici e Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale e il fenomeno della produzione abusiva, e infine affronta la questione dell’energia, dedicando ampio spazio alla geotermia.
 
Il rischio idrogeologico
Secondo lo studio sono circa 6 milioni le persone che abitano nei 29.500 chilometri quadrati del nostro territorio considerato ad elevato rischio idrogeologico, ovvero dove eventi naturali straordinari possono determinare effetti nefasti per cose e persone. Nel nostro Paese vi sono un milione e 260 mila edifici a rischio di frane e alluvioni. Di questi oltre 6 mila sono scuole, mentre gli ospedali sono 531. Della popolazione a rischio il 19%, ovvero oltre un milione di persone, vivono in Campania, 825 mila in Emilia Romagna e oltre mezzo milione in ognuna delle tre grandi regioni del Nord, Piemonte, Lombardia e Veneto. E’ in queste regioni, insieme alla Toscana, dove persone e cose sono maggiormente esposte a pericoli, per l’elevata densità abitativa e per l’ampiezza dei territori che registrano situazioni di rischio.
 
Il rischio sismico
I comuni italiani che sono potenzialmente interessati da un alto rischio sismico sono 725, quelli a medio rischio 2.344. Nei primi risiedono 3 milioni abitanti, nei secondi 21,2 milioni. Il 40% della popolazione italiana risiede in zone a elevato rischio sismico. Si tratta di 6,3 milioni di edifici e 12,5 milioni di abitazioni. Lo studio ricorda che il 60% degli 11,6 milioni di edifici italiani a prevalente uso residenziale è stato realizzato prima del 1971. L’introduzione della legge antisismica per le costruzioni in Italia è del 1974.
 
213 miliardi di euro il costo del dissesto idrogeologico dal dopoguerra ad oggi. Investiti 27 miliardi di euro dal 1996 al 2008. Il costo complessivo del dissesto idrogeologico e dei terremoti a partire dal 1944 al 2009, come ricostruito nello schema 1, è stimato a prezzi 2009 in 213 miliardi di euro. Il valore dei danni causati da eventi franosi e alluvionali dal dopoguerra ad oggi è stimabile in circa 52 miliardi. Mediamente si tratta di circa 800 milioni all’anno, una cifra che nell’ultimo ventennio è comunque aumentate assestandosi intorno al miliardo e 200 milioni annui.
 
Il Ministero dell’Ambiente, grazie al lavoro svolto dalle Autorità di Bacino attraverso la realizzazione dei Piani stralcio per l’Assetto Idrogeologico (PAI, del cui stato lo studio da’ conto) stima un fabbisogno finanziario per mettere in sicurezza idrogeologica l’intero territorio nazionale di 40 miliardi. Di questi il 68% riguarderebbe interventi relativi alle 12 regioni del Centro Nord e il 32% le 8 regioni del Mezzogiorno. Il Ministero dell’Ambiente riferisce anche che nel periodo 1991-2008 sono stati finanziati dallo Stato interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico per un importo di 7,3 miliardi di euro, poco più di 400 milioni all’anno.
 
Prendendo in considerazione la spesa totale per l’Ambiente nel decennio 1999-2008, pari a 58 miliardi e 235 milioni di euro in valori nominali (lo 0,7% della spesa complessiva), la spesa corrente, ovvero le spese destinate alla produzione ed al funzionamento dei servizi pubblici (principalmente spese di personale e per l’acquisto di beni e servizi), costituisce la parte più rilevante: con 31,350 miliardi assorbe il 54 per cento della spesa totale per l’Ambiente. La spesa in conto capitale, con 26,885 miliardi costituisce quindi il 46%. Nell’ambito della spesa in conto capitale la parte più consistente è quella relativa agli investimenti. Si tratta di 18,4 miliardi di euro pari al 32% della spesa totale e al 68% della spesa in conto capitale per l’Ambiente degli enti del SPA, ma ad appena il 2,1% degli investimenti complessivi.
 
In questo arco temporale la spesa pro-capite nazionale per investimenti nel settore ambientale è stata pari a 305 euro, sale a 3.185 se si considera la sola popolazione residente ad elevato rischio idrogeologico. Più alta la spesa per Kmq, pari a 61.000 euro se si considera l’intero territorio nazionale e a ben 622.717 euro se si considera la sola superficie ad elevato rischio idrogeologico.
Per quanto attiene il territorio la parte più rilevante degli investimenti degli Enti del Settore Pubblico Allargato è localizzata nelle quattro regioni del Nord Est: 4,9 miliardi pari al 27% del totale nazionale, una quota in linea con la superficie territoriale (29,6%) e la popolazione (28,9%) ad elevato rischio idrogeologico. Per quanto riguarda invece i soggetti attuatori degli interventi si distinguono gli Enti locali, ovvero Comuni, Province e Comunità Montane, con oltre 10 miliardi di investimenti, il 56% del totale. Alle Regioni insieme alle Province Autonome e agli Enti collegati, compete il 23% (4,2 miliardi) allo Stato il 19% (3,6 miliardi) e infine il restante 2% compete alle imprese locali (Consorzi, Aziende, Società e Fondazioni a carattere locale).
 
Inoltre, in contrasto con questo scenario, l’analisi delle previsioni demografiche contenute nello studio, mostra, sulla base dei dati Istat, un incremento della popolazione nelle zone a rischio sismico (oltre 500.000 persone), e nelle zone a rischio idrogeologico (ca. 250.000 persone), nei prossimi dieci anni. E’, questo, un ulteriore indicatore della necessità di una più stringente pianificazione ambientale, di un maggiore controllo territoriale e di un diverso livello di investimento , in grado di garantire la manutenzione ordinaria del territorio e la prevenzione, nelle aree a maggior rischio.
 
 
Fonte: Consiglio Nazionale dei Geologi – Centro Studi
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solenero

a sentire i telegiornali invece pare che abitiamo sulla sabbia


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