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ARCHITETTURA

Ai Weiwei è libero

di Rossella Calabrese

Cessati gli arresti domiciliari per l'architetto dello Stadio Olimpico di Pechino

11/11/2010 – Sono cessati nella notte tra lunedì 8 e martedì 9 novembre gli arresti domiciliari dell'architetto dissidente cinese Ai Weiwei, autore, assieme a Jacques Herzog e Pierre de Meuron, del pluripremiato progetto per lo Stadio Olimpico di Pechino, noto anche col nome di “nido d’uccello”, costruito in occasione delle passate Olimpiadi.

Nel settembre passato, quando, per via dell’atteggiamento “anti-cinese”, la polizia politica gli ha recapitato l'ordine di demolizione forzata dello suo studio a Shanghai, Ai Weiwei, impegnato nella battaglia per il rispetto dei diritti civili in Cina, aveva ironicamente annunciato di voler tenere una festa nel suo atelier. La dichiarazione è costata all’architetto gli arresti domiciliari proprio nei giorni in cui avrebbe dovuto presenziare all’evento-denuncia.

I lavori di realizzazione del nuovo studio, ampio 2mila metri quadri, sono stati ultimati nel marzo passato. A commissionare l’opera era stato proprio il governo di Shanghai. Assieme ad altri edifici progettati da 6 noti architetti, il volume avrebbe dovuto animare il costruendo quartiere culturale cittadino. Ai Weiwei ha dichiarato alla stampa internazionale che l’ordine governativo di demolizione dell'atelier, improvvisamente indicato come “una costruzione illegale”, edificata senza le autorizzazioni pubbliche necessariei, ha natura esclusivamente politica ed è scattato a seguito dell’impegno profuso in difesa delle vittime del terremoto abbattutosi nel 2008 in Sichuan.
 
Alcuni mesi fa, a Chengdu (Cina), l’architetto aveva tentato di testimoniare nel processo post-sisma. L’intento era quello di denunciare la mancata applicazione delle misure normative per la messa in sicurezza degli edifici e la corruzione dei colletti bianchi che avrebbero dovuto testare la bontà delle costruzioni. Tutto questo non è stato possibile perché la polizia ha aggredito fisicamente l’architetto nella sua camera d’albergo, costringendolo a un delicato intervento al cranio in Germania.
 
A segnalare la notizia degli arresti domiciliari è stato lo stesso Ai Weiwei attraverso il social network Twitter. Le reazioni di solidarietà all’architetto da parte dell’opinione pubblica internazionale non hanno tardato ad arrivare. Domenica 7 novembre, anche i colleghi italiani, attraverso il Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, CNAPPC, pubblicavano una lettera indirizzata al Governo di Pechino chiedendo l'immediata liberazione di Ai Weiwei, “privato della libertà e minacciato della demolizione del proprio studio professionale di Shanghai per aver espresso con le parole, gli atti e la sua architettura quei principi di libertà che sono patrimonio dell'umanità ed inalienabile diritto di ogni cittadino”.
 
“La Cina è un luogo dove non esiste libertà di espressione, dove l'accesso alle informazioni è limitato dalla censura, dove non si svolgono elezioni e dove la giustizia dipende dalla violenza del potere. Il mondo deve capire cosa significa trasformare un luogo simile nella prima potenza del pianeta – ha dichiarato Ai Weiwei in un’intervista pubblicata su “La Repubblica” martedì 9 novembre. Domenica volevo festeggiare la demolizione forzata del mio atelier di Shanghai, celebrare la vendetta del potere con gli amici. La polizia ha preso me, ma non è riuscita a imprigionare altri seicento individui liberi. Temevo per la loro incolumità, li ho invitati a stare a casa. Invece hanno sentito la "festa dei granchi" come una responsabilità. Per il governo è stato uno shock, è stato molto commovente. L'umanità ormai è globale. Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero. La Cina è lo specchio che riflette il futuro del mondo, non vederlo sarà una tragedia per tutti…Potrei solo lasciare la Cina, ma la mia terra è qui. Però se tutto il mondo alza la voce, mi sento più tranquillo”.
 
L’impegno in difesa dei diritti umani ha portato Weiwei a prendere le distanze anche dal progetto per lo Stadio Olimpico di Pechino. L'architetto dissidente non ha mai nascosto la sua contrarietà rispetto al fatto che i giochi olimpici si tenessero in Cina, dichiarando che il regime avrebbe usato la manifestazione come uno strumento di propaganda. La caratteristica struttura a “nido d’uccello” dell’impianto - che, con i suoi 80mila posti a sedere ha richiesto un investimento pari a 4 miliardi di RMB (circa 420 milioni di euro) finanziati da privati e dalla municipalità di Pechino -  vede l’intreccio di fasce in calcestruzzo alternate secondo una disposizione casuale, a comporre una maglia dove sono inserite facciate, scale e coperture. Due strati di membrane traslucide rivestono gli esterni dello stadio. La pelle più superficiale protegge la copertura dagli attacchi atmosferici, lo strato sottostante isola acusticamente la struttura. L’enorme tetto apribile forma, assieme alle membrane traslucide, un guscio trasparente, attraverso il quale i giochi di luce regolati all’interno dell’edificio irradiano gli esterni circostanti.
 
"Ho già dimenticato. Rifiuto tutti i servizi giornalistici dove vorrebbero fotografarmi accanto all’edificio", “è parte di un ‘sorriso fasullo’, di cattivo gusto”, aveva dichiarato in un’intervista della CNN nel 2008. Alla quanti gli chiedono perché abbia partecipato alla progettazione dello stadio, l’architetto risponde "l'ho fatto perché amo il design".
© Riproduzione riservata

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andrea

La notizia è di una gravità assoluta. Ma ancora più grave è il silenzio dell'intera Europa sul clima di repressione e di mancanza assoluta di libertà di pensiero che si vive in Cina.


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