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A Parigi il Mobile Art Pavilion di Zaha Hadid
ARCHITETTURA

A Parigi il Mobile Art Pavilion di Zaha Hadid

di Rossella Calabrese

Il grande guscio bianco in materiale riflettente a servizio dell'Institut du Monde Arabe

10/05/2011 - Ha trovato la sua collocazione definitiva a Parigi, in posizione frontale rispetto all’Institut du Monde Arabe, il Mobile Art Pavilion progettato da Zaha Hadid per Chanel nel 2007, su commissione dello stilista Karl Lagerfeld.
 
Dopo aver fatto tappa a Hong Kong, Tokyo e New York a partire dal 2007, il grande “guscio bianco” in materiale riflettente, donato da Chanel all’Institut du Monde Arabe a inizio 2011, verrà utilizzato per sviluppare ulteriormente i programmi culturali del Centro, presentando attraverso mostre ed eventi il lavoro dei nuovi artisti contemporanei provenienti dai paesi arabi.
 
Inaugurato nella sua sede permanente lo scorso 28 aprile, il Mobile Art Pavilion ospita attualmente una mostra interamente dedicata ai progetti di Zaha Hadid, primo architetto donna a vincere il Premio Pritzker (2004) nonché Stirling Prize 2010 con il progetto del MAXXI Roma. “Credo che la nostra architettura sia capace di offrire alle persone la prospettiva di un mondo alternativo, da cui lasciarsi entusiasmare. È intuitiva, radicale, internazionale e dinamica. Il nostro impegno sta nel mettere a punto opere in grado di regalare esperienze originali, insolite ed uniche, capaci di trasmettere sensazioni simili a quelle che si provano nel conoscere un nuovo paese. Sono questi i principi che hanno ispirato il Mobile Art Pavilion”, dichiara Zaha Hadid.
 
Fondamentale, nello sviluppo del progetto, l’impiego delle tecnologie digitali. Il design del padiglione parte infatti dalla distorsione parametrica di quello che nell’architettura classica viene chiamato “toro”, ovvero di una modanatura a sezione semicircolare, convessa, collocata in prevalenza nel basamento della colonna (detta anche astragalo o cordone), la cui forma geometrica pura rappresenta in questo caso il diagramma di base dello spazio espositivo.“Si tratta di un linguaggio architettonico fatto di fluidità e natura – spiega l’autrice del progetto – ottenuto grazie a strumenti digitali che ci hanno consentito di realizzare un padiglione dalle forme organiche, in luogo del mero ordine ripetitivo che contraddistingue l’architettura industriale del XX secolo”.
 
La distorsione crea una varietà costante di spazi espositivi interni. Attraverso una serie di tagli nell’involucro di copertura del volume, la luce naturale incontra quella artificiale, mentre al centro della struttura si apre una corte interna ampia 65 metri quadrati, protetta da una copertura trasparente, da cui guardare il cielo.
 
L’involucro dalla forma organica che avvolge il Mobile Art Pavilion è composto da una successione di elementi ad arco. Tale segmentazione ha permesso di semplificare notevolmente le operazioni di smontaggio, trasporto e riassemblaggio dei vari elementi durante le passate trasferte in giro per il mondo.
© Riproduzione riservata

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