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LAVORI PUBBLICI

Authority, il mercato degli appalti vale 111 miliardi di euro

di Rossella Calabrese

Presentata la Relazione annuale: mercato inefficiente, stazioni appaltanti non qualificate

Vedi Aggiornamento del 23/01/2012
16/06/2011 - Il mercato degli appalti pubblici vale circa 111 miliardi di euro all’anno, ed occupa quasi 1,5 milioni di persone. Lo ha dichiarato il Presidente dell’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici, Giuseppe Brienza, in occasione della presentazione al Parlamento della Relazione annuale per il 2010, che si è svolta ieri a Palazzo Giustiniani.
 
Brienza ha spiegato che circa il 30% dei contratti di importo superiore a 150.000 euro viene affidato senza alcuna gara e il ricorso alla procedura negoziata è sempre più frequente: a fronte delle 50.000 imprese che hanno partecipato nel 2010 a gare pubbliche, la procedura negoziata si è concentrata solo su 5.400, tra cui 1.400 risultano da sole affidatarie del 50% di tutte le trattative private. Ne scaturisce - ha continuato - che al 10% delle imprese è affidato il 28% del mercato degli appalti pubblici, a cui vanno aggiunti gli appalti in deroga che valgono 2,39 miliardi di euro, gli appalti secretati per 200-250 milioni di euro, quelli espletati dalle società a partecipazione pubblica pari a 1,2 miliardi di euro e quelli affidati alle cooperative sociali di tipo B che ammontano a 5,1 miliardi di euro.
 
Secondo l’Authority, il mercato dei contratti pubblici non è ancora efficiente ma presenta ancora numerose criticità: in particolare uno scarso livello concorrenziale, un’eccessiva litigiosità dei soggetti coinvolti, una sproporzionata durata dell’esecuzione dei contratti, un frequente ed immotivato ricorso a varianti che fanno lievitare sensibilmente i costi contrattuali. “Il mercato è ancora troppo chiuso - ha detto Brienza: favorisce alcune imprese a scapito di altre, minando la concorrenza con pregiudizio dell’economicità e dell’efficacia della spesa pubblica.”
 
Sul tema della tracciabilità dei flussi finanziari, l’Autorità ha predisposto apposite linee applicative per agevolare la normativa. “Ai fini del rilascio del CIG (Codice Identificativo Gare) - ha detto il presidente Brienza - l’Autorità è tenuta a rilevare le informazioni relative anche agli appalti di importo inferire a 20.000 euro (per servizi e forniture) e 40.000 euro (per lavori), consentendo così di censire anche gli appalti fino ad oggi mai considerati. Si tratta di circa 200.000 appalti e 1.300.000 affidamenti (di cui 1.200.000 di servizi e forniture). Si rende tuttavia necessaria una riflessione mirata, anche in relazione all’elevato valore complessivo dei piccoli appalti, pari a circa 15 miliardi di euro all’anno, tenuto conto che un’eccessiva parcellizzazione degli appalti comporta diseconomie di scala”.
 
Il Codice dei contratti pubblici non viene applicato da 5.000 imprese pubbliche: un altro problema che l’Authority tiene sotto controllo. Il 68% delle società partecipate anche con capitale pubblico non maggioritario - circa 5.000 imprese su un totale di 7.300 - hanno disatteso le disposizioni del Codice dei contratti pubblici, compresi gli obblighi di comunicazione, sottraendo alle regole della concorrenza appalti per 1,2 miliardi di euro all’anno.
 
Un altro fronte da monitorare - secondo l’Authority - è la permeabilità del mercato degli appalti pubblici ai prodotti e alle imprese dei Paesi terzi. “È necessario aumentare i controlli per verificare il rispetto della norma che prevede che le stazioni appaltanti, operanti nei settori speciali, devono preferire le offerte, i cui prodotti non provengono, in misura superiore al 50% del valore economico oggetto di gara, da Paesi terzi con cui la Comunità non ha concluso accordi. Le forniture oggetto di mancata verifica ammontano a circa 8 miliardi di euro annui. E rischiamo l’invasione di aziende straniere a scapito di quelle italiane. Su segnalazione dell’Autorità la Commissione europea ha attivato la procedura di verifica dell’applicazione in ambito comunitario della disposizione.”
 
Troppe stazioni appaltanti non sono sufficientemente qualificate per espletare appalti pubblici. “Le stazioni appaltanti - si legge nella Relazione - mostrano una scarsa capacità di gestione degli appalti pubblici, con conseguente prolungamento dei tempi di realizzazione dei lavori ed inasprimento del livello di contenzioso. Le maggiori criticità riscontrate nei comportamenti delle stazioni appaltanti vanno dalle attività di predisposizione della gara fino alla successiva fase di esecuzione, durante la quale si è rilevata una scarsa incisività nella gestione e verifica dell’esecuzione del contratto da parte del contraente privato. Ma spesso le maggiori criticità sono dovute ad una insufficiente programmazione finanziaria dell’opera e a carenze di progettazione. Bisogna arrivare senza indugi al sistema della stazione unica appaltante.”
 
Per i lavori di importo inferiore al milione di euro, il ribasso medio di aggiudicazione è dell’ordine del 20%, mentre per quelli di importo superiore raggiunge anche il 27-30%. Questo - spiega Brienza - anche perché per i lavori di importo maggiore, a differenza dei primi, la stazione appaltante non può precedere all’esclusione automatica delle offerte anomale e deve effettuare la verifica di congruità. Ciò che maggiormente influenza i ribassi è certamente la forte competizione tra le imprese, ma sono anche le modalità di verifica delle offerte anomale che, risultando difficili da attuare da parte delle stazioni appaltanti, portano spesso all’aggiudicazione dell’offerta più bassa”.
 
“Il Project Financing sarà in futuro uno strumento fondamentale per assicurare risorse alla costruzione di infrastrutture. Però lo scoglio maggiore che rende diffidenti gli operatori (sia Pubbliche Amministrazioni che imprese) è rappresentato dalla difficoltà a compiere valutazioni congrue sulla profittabilità e sostenibilità nel tempo degli investimenti. La scuola, e l’università in particolare devono fornire agli operatori figure professionali che sappiano compiere correttamente la valutazione costi/benefici degli interventi. Si tratta di uscire dalla cultura del costruire per entrare in quella del costruire per gestire.”
 
L’Autorità ha infine assicurato la propria piena collaborazione per la determinazione dei costi standard del federalismo fiscale. “Siamo soddisfatti - ha detto Brienza - che anche il decreto legislativo sui meccanismi sanzionatori e premiali abbia riconosciuto che l’unica banca dati sui contratti pubblici sia quella dell’Autorità, funzionale anche alla concreta applicazione del federalismo fiscale. Chiediamo solo che il legislatore raccolga la nostra richiesta di una semplificazione delle procedure di raccolta dei dati.”
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