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Archiportale intervista Michele De Lucchi
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Archiportale intervista Michele De Lucchi

di Roberta Dragone, Valentina Ieva

L'architetto: "I miei orribili e meravigliosi clienti"

12/09/2012 - La Redazione di Archiportale ha incontrato l'architetto Michele De Lucchi in occasione della Lectio Magistralis tenuta il 10 settembre scorso a Bari, presso la Sala Tridente della Fiera del Levante.
Riportiamo di seguito la conversazione con l'architetto, designer e artista di Ferrara, il quale ci insegna che "il design serve per coltivare noi stessi, ma soprattutto per comunicare i bisogni percepiti dalla società".

Redazione Archiportale: La Lectio Magistralis che terrà a breve è dedicata al tema della Bellezza. Oggi la percezione della bellezza nell’arte, nell’architettura, nel design assume giudizi spesso ambigui. Esiste per lei una definizione di bellezza?

Michele De Lucchi: “I matematici hanno scoperto che non esiste un solo infinito ma esiste un infinito di infiniti. Con la bellezza credo sia un po’ così ovvero non esiste una bellezza ma esiste un infinito di bellezze. L’idea della bellezza universale era un’idea legata a dei parametri, a dei codici, che oggi non possiamo più dettare e forse è anche meglio. Di certo non si può dire che la bellezza è ciò che piace perché non è vero e pur sempre, alla fine, esiste qualche cosa che va al di là del sentimento personale, della percezione personale: così come il tempo passa anche le emozioni legate alla bellezza passano. Quello che resta diventa un po’ il sostrato sul quale tutte quante le convinzioni rimangono più solide e si fondano”.

Redazione Archiportale: La mostra ospitata in questi giorni a Bari si intitola “I miei orribili e meravigliosi clienti”. In un intervento del 2009 presso la Facoltà di Design del Prodotto Industriale a Ferrara, lei ha parlato di due tipologie fondamentali di cliente, individuabili rispettivamente nella ‘Identità’ e nella ‘Libertà’. Annovererebbe questi due ‘clienti’ tra quelli ‘orribili’ o ‘meravigliosi’?

Michele De Lucchi: “Rientrano sicuramente tra quelli meravigliosi. Quella conferenza a Ferrara probabilmente era stata l’antesignana di questa conferenza qui. La conferenza di oggi è un pò l’evoluzione, avvenuta nel tempo, una formula che ho trovato, la migliore che abbia trovato per poter far vedere le cose che disegno e contemporaneamente raccontare la mia filosofia, senza dire ho fatto questo, ho fatto quell’altro, ho fatto quell’altro ancora”.

Redazione Archiportale: Lei è architetto e designer. In quali di questi di due ruoli si riconosce maggiormente? La rappresenta meglio un oggetto di design oppure un’architettura?

Michele De Lucchi: “Direi che più passa il tempo e più mi sento artista nel senso che quasi quasi nel mio biglietto da visita scriverei artista. C’è una interdisciplinarietà in tutte le cose e soprattutto in queste attività creative, che deve mettere insieme quello che succede ora in un campo ora in quell’altro. Le discipline sono piccole, sono rigorose, sono tecniche, un architetto o un designer, invece, non può essere un tecnico, per lo meno non può essere solamente un tecnico. Il fatto di poter mettere insieme le cose, mescolarle, combinarle, cucinarle è ciò che fa venire fuori le ricette migliori”.

Redazione Archiportale: La sua attività professionale si svolge sia in Italia che all’estero. Ci può raccontare le principali differenze da lei riscontrate nelle diverse esperienze tra Italia ed estero?

Michele De Lucchi: “Allora adesso ci sediamo e ne parliamo! Sicuramente posso dire che esistono dei rapporti con dei clienti nei quali il cliente si aspetta quello che lui ha in testa. Poi ci sono dei rapporti con dei clienti nei quali i clienti si aspettano molto di più di quello che loro hanno in testa. La prima cosa da individuare è proprio questa: se quello che vai a proporre è esattamente quello che il cliente ha richiesto, e questo succede fondamentalmente nelle nazioni più evolute  dal punto di vista tecnologico; oppure se quello che vai a proporre si rivela qualcosa addirittura di contraddittorio con quello che il cliente ha in testa, e allora si deve andare a cercare in  un immaginario molto più ampio, più libero e aperto. Tutto dipende dalle esigenze del cliente sia in Italia che all’estero. Poi ci sono dei Paesi dove è più piacevole lavorare piuttosto che in altri. Direi che l’aspetto più fastidioso è costituito dalla burocrazia, poiché è molto facile che i progetti, passato il primo momento di entusiasmo, diventino veramente dei problemi di burocrazia e delle difficoltà di carattere amministrativo, tecnico e burocratico”.

Redazione Archiportale: Tra i suoi più importanti clienti, anche se indirettamente, si annovera Adriano Olivetti, che l’ha portata a realizzare alle porte di Bari l’ex Centro Ricerche Olivetti. Ci racconta brevemente questa esperienza?

Michele De Lucchi: “La cosa straordinaria di Adriano Olivetti è che rappresenta ancora oggi questa idea dell’industria come bene sociale, l’industria non come organizzazione fatta per far diventare ricchi alcuni e poveri altri ma come un’organizzazione per evolvere e sostenere la società. Questa è un’idea bellissima perché è l’idea che dobbiamo portare avanti noi se vogliamo veramente sopravvivere in queste condizioni. Dobbiamo per forza credere nell’industria e sostenerla, perché possiamo credere in essa e sostenerla solo se l’industria ci porti veramente dei benefici riconoscibili e apprezzabili da tutti quanti. Era questo il messaggio di Adriano Olivetti ed è questo il messaggio che io cerco di portare avanti come designer, e come professore. La prima cosa, infatti, che dico ai miei studenti il primo giorno è: ”dovete imparare ad amare l’industria. Se non amate l’industria avete sbagliato lavoro, perché non si potrà mai costruire un qualcosa di qualificante e che migliori la situazione anche nell’industria stessa se non le si vuole bene. Forse un po’ esagero però è così!”.

La Lectio Magistralis
Nel corso della lectio magistralis Michele De Lucchi ha ripercorso i momenti più importanti della sua storia professionale, che ha metaforicamente ricostruito nelle diverse fasi attraverso l’incontro con importanti e curiosi clienti, che egli definisce orribili e meravigliosi al tempo stesso.
I clienti cui fa riferimento non sono tuttavia da intendere nella mera e tradizionale accezione di committenti, bensì di simbolici interlocutori chiave, incrociati nel suo lungo e affascinante percorso di crescita professionale: “Non vi parlerò di clienti che si son comportati più o meno bene, ma vi parlerò ugualmente di clienti, una parola che quasi mi infastidisce perché mi fa pensare al clientelismo, alla prostituzione… Eppure clienti siamo tutti. I clienti sono la base della nostra maniera di comportarci, di organizzarci e di vivere. E’ fondamentale capire chi sono i nostri clienti, e fondamentale è capire cosa i clienti vogliono e conoscerli, cosa non sempre facile. Non sempre il cliente si manifesta in tutta la sua lucidità e chiarezza. Tutti i clienti sono meravigliosi e orribili al tempo stesso. Questa è sicuramente la storia di tutti quanti, nonché la mia storia professionale”.

Dagli anni fiorentini della formazione, fortemente influenzata dall’architettura radicale, alle prime esperienze di lavoro, sino ad oggi - nel molteplice ruolo di designer, architetto e professore. La lectio è stata occasione per mostrare i suoi disegni, per condividere gli aneddoti più intimi e meno noti della sua attività di artista, e soprattutto per raccontare la sua filosofia, con un accorato appello ad imparare ad amare l’industria.

A Firenze, dove ha studiato, racconta di aver conosciuto il suo primo cliente, il signor spirito del tempo, dal quale ha imparato che non  si può progettare qualcosa che esista al di là del tempo poiché solo riconoscendo il tempo in cui si sta operando si può produrre qualcosa di utile alla società.

Ha quindi ricordato Memphis, nata nel 1980 con Ettore Sottsass, che ha definito un movimento, uno stile, un gruppo, e ancora una idea con cui “abbiamo potuto parlare di forma, colore, stravaganze”.

La sua esperienza di designer presso l’Olivetti, iniziata nel 1979, gli ha consentito di conoscere un altro “cliente straordinario”, la signora industria, che descrive come “tutto il bene e il male che abbiamo”. Benché normalmente all’industria si associno idee negative come l’inquinamento o lo sfruttamento, l’architetto ricorda che l’industria è anche organizzazione, campo di lavoro e di battaglia di tutti i designer del mondo.

La risposta al dopo Menphis è stata “Produzione Privata”, la società da lui fondata nel 1990: “E’ stata per me la più grande lezione di vita perché mi ha permesso di fare l’imprenditore, una condizione che ogni architetto e designer dovrebbe vivere”.
L’esperienza di Produzione Privata gli ha consentito di conoscere il signor artigianato,  strettamente legato all’industria. Nei laboratori artigianali ha incontrato la signora sperimentazione. Ha inoltre ricordato il signor spazio, che raccomanda di trattar bene; l’interdisciplinarietà, il cliente del quale si alimenta di più;  e la signora cultura, che genera creatività. E ancora, la signora natura, da trattare con grande attenzione in quanto strettamente legati a tutte le sue evoluzioni; la signora tecnologia, in continua evoluzione. Ed infine l’ultimo cliente, il più importante, la signora coscienza, “cliente di tutti voi – conclude l’architetto – che vi raccomando di trattare bene perché quello che dà la maggiore soddisfazione”.

Sono intervenuti alla conferenza il Prof. Francesco Moschini - Professore Ordinario di Storia dell'Architettura al Politecnico di Bari e fondatore della galleria A.A.M. Architettura Arte Moderna di Roma - che ha moderato il dibattito; il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, e Alfonso Guzzini, amministratore delegato della omonima azienda.

Il Padiglione 170 della Fiera del Levante di Bari ospiterà la Mostra Progetto  "I miei orribili e meravigliosi clienti" dedicata a Michele De Lucchi sino al prossimo 16 settembre.
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Carlo Casciotti

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