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AMBIENTE

Aree a rischio idrogeologico nell’82% dei comuni italiani

di Paola Mammarella

E si continua a costruire in zone pericolose. Legambiente presenta ‘Ecosistema Rischio 2013’

Vedi Aggiornamento del 20/06/2014
13/02/2014 – Nell’82% dei comuni italiani sono presenti aree a rischio idrogeologico. È quanto emerge da Ecosistema Rischio 2013, il dossier annuale di Legambiente e Dipartimento di Protezione Civile che ha monitorato le attività di 1354 amministrazioni comunali in cui sono presenti zone esposte a maggiore pericolo.
 
Il dossier ha rilevato che negli ultimi dieci anni, nonostante le ripetute tragedie, sono stati edificate abitazioni e impianti industriali nelle aree a rischio e che solo 55 comuni hanno iniziato a delocalizzare le case esposte a maggiore pericolo. Lo spostamento degli impianti industriali a rischio è stato invece avviato solo in 27 comuni.
 
Dal monitoraggio è risultato che in 1109 comuni (l’82% del campione esaminato) sono presenti abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Nel 58% dei comuni campione nelle aree a rischio sono presenti fabbricati industriali che, in caso di calamità, compartano un grave pericolo oltre che per le vite dei dipendenti, per l’eventualità di sversamento di prodotti inquinanti. Nel 18% dei comuni campione, nelle aree a rischio idrogeologico sono state realizzate strutture sensibili come scuole e ospedali. Nel 24% dei casi, inoltre, risultano a rischio strutture ricettive e commerciali.
 
La situazione non è cambiata nell’ultimo decennio. In 186 comuni sono state infatti costruite strutture nelle aree a rischio. In 147 di questi (il 79%) sono state costruite abitazioni, in 31 comuni interi quartieri, in 60 comuni fabbricati industriali, in 15 comuni scuole e ospedali, in 27 comuni (15%) strutture ricettive e in 31 amministrazioni comunali sono sorte strutture commerciali. Infine, in 153 comuni sono stati tombinati e coperti tratti dei corsi d’acqua con la conseguente urbanizzazione degli spazi sovrastanti.
 
Ecosistema Rischio 2013 ha analizzato anche le attività di mitigazione del rischio svolte dai Comuni. Il 64% dei comuni intervistati ha dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica e il 67% ha affermato che nei propri territori sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza come nuove arginature, che non sempre risultano efficaci. Solo il 9% dei Comuni ha affermato di aver provveduto al ripristino e alla rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua e solo nel 6% dei casi sono stati riaperti i tratti tombinati o intubati dei corsi d’acqua.
Nel 5% dei comuni campione si è provveduto inoltre al rimboschimento di versanti montuosi e collinari franosi o instabili.
 
Per quanto riguarda l’organizzazione del sistema locale di protezione civile, l’85% dei comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione, ma solo il 54% lo ha aggiornato negli ultimi due anni. Nonostante la Legge 100/2012 imponga ai Comuni di dotarsi di un piano d’emergenza, alcune amministrazioni continuano a non adempiere o dichiarano di non avere strumenti adeguati per affrontare eventuali emergenze nel territorio.
 
I comuni più virtuosi nelle attività di mitigazione del rischio idrogeologico sono risultati Calenzano (FI), Agnana Calabra (RC) e Monasterolo Bormida (AT). Sul versante opposto della classifica si sono posizionati San Pietro di Caridà (RC), Varsi (PR) e San Giuseppe Vesuviano (NA).




 
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