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PROFESSIONE

Accesso ai fondi europei, gli ingegneri italiani ancora indietro

di Paola Mammarella

Dal Congresso nazionale: Regioni non ancora capaci di coinvolgere gli Ordini nella programmazione e attuazione degli interventi

Vedi Aggiornamento del 29/10/2015
15/09/2014 – Accesso ai fondi europei e riorganizzazione delle modalità di lavoro in chiave anticrisi. Sono i cardini della ricerca “Analisi del sistema ordinistico nella prospettiva internazionale: ipotesi di lavoro e confronti” condotta dal centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri (CNI) e presentata a Caserta in occasione del Congresso nazionale degli ingegneri.
 
In Europa, tra il 2008 e il 2012, il numero dei professionisti è aumentato da 4,6 a 5,2 milioni, un quinto dei quali opera in Italia. Il primato numerico a livello europeo pone però alcuni problemi, come saper sfruttare al massimo le risorse comunitarie, varcare i confini nazionali alla ricerca di nuove opportunità e valutare il modo in cui sono strutturati gli studi professionali.
 
Nonostante i fondi europei rappresentino una notevole opportunità, lo studio mostra che in Italia le strategie per gestirli sono deboli ed inefficaci. Per quanto riguarda i fondi strutturali, al 15 aprile 2014, la percentuale di risorse spese ammontava per l’Italia al 54,3% contro, ad esempio, l’83,5% del Portogallo ed il 79,3% della Grecia.
 
Secondo Luigi Ronsivalle, Presidente del Centro Studi del CNI, in Italia non ci sono ancora le condizioni per un effettivo coinvolgimento del sistema professionale sia nelle procedure di programmazione, sia nel partenariato.
 
Analizzando nello specifico la situazione degli ingegneri, dallo studio emerge che a frenare la partecipazione alle iniziative connesse all’utilizzo dei fondi europei è in primo luogo il deficit informativo, tanto che solo il 10% degli Ordini provinciali è stato o è coinvolto nei processi di programmazione dei fondi europei nell’ambito dell’ultima tornata di finanziamenti per il periodo 2014-2020.
 
L’attività degli ingegneri è inoltre caratterizzata da un processo di radicale rinnovamento delle modalità organizzative e dell’approccio al mercato. Anche se, nel 58% dei casi, continua a prevalere lo studio individuale, circa il 13% degli ingegneri svolge la propria attività professionale in uno studio associato (6,9%), in una società di ingegneria (4,6%)  o in una società tra professionisti (1,3%).
 
Le forme associate consentono in genere di raggiungere un fatturato medio più elevato, che si attesta sui 173 mila euro degli studi associati e i 385 mila euro delle società di ingegneria, contro i 50 mila euro degli studi individuali, ma anche di competere meglio con i network nazionali ed europei.
 
In Italia, però, nonostante l’interesse a costituire network, la situazione appare ancora molto frammentata. Colpa, sottolinea Ronsivalle, dell’inadeguatezza e farraginosità delle norme che regolano i rapporti societari dei professionisti e delle difficoltà finanziarie, che spingono i professionisti a preferire forme più agili, come lo studio individuale.
 
Tra le richieste avanzate dagli ingegneri agli ordini per superare questa situazione spiccano infatti la creazione di reti e contatti con la Pubblica Amministrazione, ma anche l’attivazione di convenzioni e sistemi di supporto per facilitare la partecipazione alle gare e l’accesso al mondo del lavoro.
 
Lo studio del CNI mostra però un’Italia all’avanguardia grazie alle riforme del 2012, che hanno basato l’esercizio della professione su principi quali l’abrogazione delle tariffe professionali, l’obbligo della formazione continua, l’obbligo dell’assicurazione professionale, l’obbligo della definizione di un preventivo di massima, la libertà per la pubblicità informativa e la  terzietà degli organismi disciplinari.



Foto: @PatriziaGuerra1
 
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