Carrello 0
PROFESSIONE

Architetti: gli uomini guadagnano il 22% in più delle donne

di Alessandra Marra

Secondo il Cresme solo il 31% delle 62 mila professioniste si sentono realizzate professionalmente

Vedi Aggiornamento del 06/02/2017
09/03/2015 – Sono circa 62 mila le donne architetto, ben il 41% dei 152 mila architetti italiani, ma negli ultimi 6 anni il loro guadagno mensile, dopo 5 anni dal conseguimento del titolo di secondo livello, è inferiore a quello dei colleghi maschi che nel 2013 hanno guadagnato 1.300 euro contro 1.070 delle donne.
 
Questi alcuni dati del Cresme diffusi in occasione del convegno “Aequale: la professione al femminile” organizzato dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori per le pari opportunità e alla parità di genere in ambito professionale.

Con il passare degli anni di attività professionale questa differenza tende anche ad accentuarsi, anche se col tempo è leggermente diminuita; infatti nel 2000 il reddito medio annuo per gli uomini è stato superiore del 85% rispetto a quello femminile, mentre 2014 è stato superiore “solo” del 60%.
 
Il dato evidenzia comunque una forte disuguaglianza tra i due generi e merita delle riflessioni, soprattutto tenendo conto che le donne architetto sono destinate a crescere nel tempo. Dal 1998 ad oggi si è registrato un aumento quasi del 10% delle professioniste. Inoltre negli ultimi 15 anni le donne architetto iscritte all’albo sono cresciute del 141%, vale a dire ben 36 mila iscritti in più.

Le donne tuttavia risultano maggiormente colpite dalla disoccupazione e sono impiegate in misura significativamente minore nell’attività libero professionale, con conseguente insoddisfazione di queste ultime.

Il 48% delle professioniste infatti, spesso per prendersi cura dei figli, ha dovuto interrompere la propria attività professionale per un tempo significativo; invece il 24% dei professionisti ha subito un’interruzione, spesso per motivi personali o per curare persone anziane a carico.
 
A seguito degli impegni familiari il 45% delle donne ha dovuto ridurre le ore di lavoro e il 32% ha dovuto ripensare la distribuzione degli impegni lavorativi.
 
Ciò ha creato delle ripercussioni sulla soddisfazione lavorativa; più dell’80% delle donne ritiene che queste interruzioni abbiano ritardato o ostacolato la propria carriera professionale, anche in misura molto grave nel 46% dei casi. Nel complesso solo il 31% del campione femminile ha dichiarato di sentirsi realizzata, contro il 40% dei colleghi maschi. La situazione è simile a quella delle donne ingegnere che nel 53% dei casi hanno avvertito un peggioramento lavorativo dopo la nascita di un figlio.

Ma i colleghi maschi non sembrano avere coscienza del problema delle pari opportunità nel proprio settore: il 44% degli architetti maschi intervistati sostiene, infatti, che le donne non siano per niente sfavorite nell’esercizio delle professione, e il 61%, nonostante le evidenze, sostiene addirittura di non essere d’accordo con l’affermazione che le donne incontrino difficoltà legate ad una capacità reddituale più limitata.

Le donne infatti, ancor prima del problema del reddito, sentono la difficoltà di inserirsi nella professione e crearsi un nome sul mercato, probabilmente per via di una certa diffidenza mostrata sia dalla clientela sia dagli altri professionisti.
 
Ancora una volta risulta evidente la difficoltà per le donne di conciliare l’impegno nel lavoro con la famiglia, in un contesto sociale che non aiuta; piuttosto che a strutture per il welfare le mamme si rivolgono alla collaborazione dei nonni.
 
Il convegno di Aequale ha rappresentato l’occasione per presentare un progetto informativo ed il primo spazio web del Consiglio Nazionale dedicato alle pari opportunità con approfondimenti, notizie e la possibilità di condividere soluzioni a problemi specifici e occasioni professionali.

Secondo Andrea Camporese, presidente dell’Associazione delle Casse pensionistiche private, Adepp, per colmare il gap retributivo che colpisce le professioniste è necessario mettere in campo politiche attive di welfare.
 
Bisogna quindi permettere, secondo Camporese, alle donne che hanno scelto la libera professione di "rimanere sul mercato a lungo e in maniera proficua, di aprire studi e di procedere alla propria formazione e all'aggiornamento costante delle competenze”.
 
Per raggiungere questo obiettivo è possibile anche usufruire dei fondi europei per l’auto imprenditorialità femminile, considerando che i liberi professionisti hanno la possibilità di poter accedere ai finanziamenti dell’Europa al pari delle Piccole e medie imprese.

© Riproduzione riservata

Partecipa alla discussione ( commenti) Utilizza il mio account Facebook Non hai un account Facebook? Clicca qui

x Sondaggi Edilportale
BIM: professionisti italiani, siete pronti? Leggi i risultati