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PROFESSIONE

Professionisti, la metà guadagna meno di 15 mila euro

di Alessandra Marra
Commenti 14315

Indagine Associazione Bruno Trentin: il 60% di progettisti e avvocati ha difficoltà ad arrivare a fine mese; pagato puntualmente solo uno su tre

Vedi Aggiornamento del 14/10/2016
Commenti 14315
16/04/2015 – Quasi la metà dei professionisti (il 45,7%) guadagna massimo 15 mila euro e solo il 21,7% va oltre i 30 mila euro l’anno. Inoltre quasi due professionisti su 3 (60%) hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese.
 
Questi alcuni dati dell'indagine “Vita da professionisti”, realizzata dall'Associazione Bruno Trentin con il supporto della Consulta delle Professioni della Cgil e della Filcams Cgil.
 
Lo studio parte dall’osservazione che mentre in passato la possibilità di svolgere una professione specializzata era garanzia di benessere economico, oggi i professionisti sono costretti ad affrontare numerose difficoltà per contrastare la crisi. Secondo i dati Istat i professionisti autonomi in Italia sono quasi 3 milioni e mezzo e si stima che le professioni “ordinistiche” e “non ordinistiche” nel loro insieme contribuiscano per oltre il 18% del PIL.
 
La ricerca si è rivolta ai professionisti non dipendenti, di qualsiasi settore, che operano come autonomi o con qualsiasi forma contrattuale a termine, discontinua o precaria.  L’indagine si basa su duemila interviste on line a cui hanno risposto, su base volontaria, Ingegneri, Architetti, avvocati e altri professionisti con Partita Iva.
 
Dall’analisi del reddito annuale è emerso che il 45,7% percepisce fino a 15 mila euro all’anno e il 21,7% va oltre i 30 mila euro. Oltre alle difficoltà legate al reddito vengono evidenziate quelle legate al ritardo dei pagamenti: solo un professionista su tre ( il 29,5%) è pagato puntualmente, il 19,5% è pagato con un ritardo che va dai 3 ai 6 mesi e il 16,8% con un ritardo superiore ai sei mesi. 
 
L’indagine evidenzia che ben il 20,7% di chi ha un committente pubblico subisce un ritardo nel pagamento superiore a sei mesi e il 6,8% dichiara di non essere stato mai pagato per le prestazioni svolte. Anche per questo il 60% del campione dichiara di avere difficoltà ad arrivare a fine mese.
 
Inoltre lo studio rileva come “le differenze di reddito tra le professioni regolamentate e quelle non regolamentate non sono così marcate, a dimostrazione di come gli ordini e gli albi non siano più sufficienti a garantire un benessere economico ai professionisti”.
 
La ricerca ha messo in luce anche le difficoltà legate a disoccupazione e discontinuità occupazione; considerando il 2013 il 16,5% del campione ha dichiarato di aver avuto fino a due mesi di disoccupazione, il 20,9% da tre a sei mesi e l’11,8% da sette mesi ad un anno.
 
In particolare sono più esposti a disoccupazione i professionisti con contratti di inserimento al lavoro, di parasubordinazione e le Partite Iva a regime minimo.
 
Per l’orario di lavoro il campione si divide a metà: il 44,5% lavora più di 40 ore settimanali e gli altri rientrano negli orari standard; tendenzialmente però si è riscontrato che i redditi più elevati sono percepiti da chi lavora più ore, dimostrando che “per i professionisti il benessere economico si lega imprescindibilmente allo sfruttamento o all’auto-sfruttamento”.
 
Nonostante i ritmi e i carichi di lavoro faticosi, il contenuto del lavoro è giudicato soddisfacente: l’83,6% dichiara di svolgere un lavoro coerente con le proprie qualifiche e l’80,3% non considera il suo lavoro ripetitivo o noioso.
 
Infatti i risultati della ricerca mostrano quanto sia forte il desiderio di svolgere la propria professione in regime di indipendenza sul mercato del lavoro e di come il campione sia fiero del lavoro che fa in linea con quanto si legge nell’introduzione dello studio: “Il lavoro di un professionista comporta l’esecuzione di un’attività altamente qualificata e specialistica da parte di un individuo che si assume la responsabilità del proprio operato, nel rispetto di regole deontologiche fondate su corpi di teorie e, in alcuni casi, su dei codici etici ben definiti”.
 
Infine emerge il bisogno di intervenire sulle politiche per cambiare le leggi, in primis sul sistema previdenziale e subito dopo sul regime agevolato per i redditi bassi.

© Riproduzione riservata

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Altri commenti
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gabriele

il fallimento di un economia basato sulle partita iva. in uno studio di 5 persone non dovrebbero essere 5 partita iva ma una solo partita iva + 4 dipendenti. la vera vergogna è che gli stessi vecchi geometri architetti e ing. che oggi falliscono lentamente sono gli stessi che godevano dell'avere a disposizione gente a 500 euro minacciandoli che altrimenti gli avrebbero fatto aprire partita iva. paghiamo lo scotto di generazioni di professionisti incompetenti e retrogradi. mai più pagherò inarcassa per pagare la pensione a questi cialtroni con i miei versamenti

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Liberoprof

La libera professione crea benessere, per il lavoratore e la società. Non si può ancora pensare che questa sia un élite, oggi è diventata una professione come le altre e quelli che non lo hanno ancora capito sono i clienti e i politici, oltre che gli illusi. Un lavoratore che si definisce autonomo lo fa per vocazione, si sa organizzare, accetta di lavorare in orari fuori dal comune, si prende le proprie responsabilità, non ha l'aiuto di nessuno per andare avanti se non di sé stesso. Il risultato del suo operato è comunque un lavoro fatto bene perché spesso ci si pone in prima linea e le figure di m. possono essere frequenti se si cerca di fare il furbo. Lasciate sviluppare il lavoro autonomo! Non metteteci i bastoni fra le ruote! Tutelateci!


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