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Brexit, cosa cambierà per i progettisti e le imprese?
MERCATI

Brexit, cosa cambierà per i progettisti e le imprese?

di Paola Mammarella

I nuovi scenari in tema di progettazione, qualifiche professionali, appalti, mercato immobiliare e Università

30/06/2016 – Brexit uguale incertezza. Il referendum sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, che ha visto il "Leave" trionfare con il 51,9% contro il "Remain" al 48,1% preannuncia i suoi effetti. Indetto dopo la richiesta di un allentamento dei vincoli comunitari su politica monetaria, immigrazione ed altri temi caldi, il referendum avrà un impatto che va oltre l'aspetto politico.

Lo sanno le borse, che hanno registrato diverse turbolenze, lo sanno professionisti e imprese, che non conoscono quali opportunità di lavoro avranno e se ci saranno ancora chance di riconoscimento delle qualifiche. Lo sanno i progettisti, che potrebbero veder cambiare le regole per la costruzione degli edifici, e gli studenti, per i quali le tasse universitarie potrebbero aumentare.
 
Prima di iniziare bisogna fare una premessa. Le direttive europee recepite nell’ordinamento britannico con leggi nazionali resteranno valide. Per fare un esempio, l’uscita dall’Europa non implica la cancellazione automatica delle norme per l’efficienza energetica in edilizia o sul riconoscimento dei titoli di studio esteri. Il Parlamento inglese potrà però modificare queste leggi perché non ci sarà più l’Unione Europea ad impedirlo.
 
Vediamo cosa sta succedendo e quali aspetti potrebbero cambiare.
 

Brexit, gli impatti su progettazione ed efficienza  energetica

Chi si occupa di progettazione in Europa si confronta quotidianamente con gli “Eurocodici”, cioè norme per la progettazione strutturale che consentono al professionista l'utilizzo di criteri di calcolo comuni ed adottabili anche all'estero.
 
Il Comitato europeo di normazione (CEN), inoltre, armonizza e produce norme tecniche in collaborazione con enti normativi nazionali e sovranazionali (come ISO) con l’obiettivo di favorire il libero scambio, la sicurezza dei lavoratori e dei consumatori, la protezione dell'ambiente.
 
In tema di efficienza energetica, ad esempio, la Direttiva 2010/31/UE sulla prestazione energetica nell’edilizia individua negli “edifici a energia quasi zero” lo standard per la sostenibilità delle costruzioni. A questa norma si aggiungono il Climate Change Act del 2008 e gli obiettivi di Green Economy per la riduzione dei consumi di energia entro il 2020.
 
Si tratta di obiettivi che gli euroscettici britannici hanno sempre considerato troppo stringenti. Con l’uscita dall’Ue questi vincoli si potrebbero allentare. Considerando, però, gli investimenti in rinnovabili e il rischio di perdere i finanziamenti internazionali in ricerca e sviluppo, potrebbe anche essere mantenuto lo status quo.
 

Brexit e qualifiche professionali

Anche se la Direttiva 2013/55/UE sul riconoscimento delle qualifiche professionali resta invariata, il Parlamento britannico potrebbe modificare le leggi con cui è stata recepita. Molti professionisti che hanno seguito corsi riconosciuti dall’Unione Europea potrebbero avere difficoltà a lavorare in Inghilterra. Come accade in altri Paesi extra-Ue, potrebbe essere richiesto un test sulle competenze linguistiche e, quasi sicuramente, ci sarebbe bisogno di un permesso di lavoro.
 
Si tratta di regole che molto probabilmente coinvolgerebbero chi sta pensando alla Gran Bretagna come possibile meta lavorativa. Non dovrebbe cambiar nulla per chi invece già lavora e risiede sul posto. La Convenzione di Vienna del 1969 tutela infatti gli status già acquisiti.
 

Università nel dopo Brexit

Sono diverse migliaia gli studenti provenienti da tutta Europa che frequentano le università britanniche. L’appartenenza all’Unione Europea finora li ha agevolati perché, per effetto della Direttiva 2004/38/CE sulla libertà di circolazione e soggiorno negli Stati membri, hanno pagato le tasse come i loro colleghi inglesi. Cosa che invece non accade per i “foreigners”, su cui pesano rette quasi doppie.
 
Se da una parte molti giovani potrebbero rinunciare a studiare in Gran Bretagna, dall’altra le università perderebbero i fondi europei per la ricerca.
 

Brexit e materiali da costruzione

Tra i risultati dell’incertezza delle borse c’è stato il deprezzamento della sterlina. Si potrebbe quindi assistere a nuovi scenari per l’export. I prodotti della Gran Bretagna potrebbero risultare più convenienti sui mercati internazionali. Si pensi per esempio alle forniture di materiali per i cantieri, dove l’Italia e il resto dell’Ue non potrebbe praticare “sconti” dato che l’euro non consente margini di manovra sul valore del denaro. A fare da contrappeso a questa situazione ci sarebbero però i dazi e l’Iva da pagare alla dogana.

Altro scenario è rappresentato dal marchio CE, che assicura standard comuni di produzione e rende libera la circolazione di questi prodotti. Il Regno Unito potrebbe non essere più tenuto ad acquistare prodotti a marchio CE, ma se il loro utilizzo si è consolidato e la produzione segue questi standard non cambierebbe molto.

Sulla difficoltà di individuare gli scenari del dopo Brexit si è pronunciato FederlegnoArredo. Per il settore legno-arredo italiano le esportazioni verso il mercato britannico sono cresciute del 6,2% nel primo trimestre dell’anno. Secondo un modello economico elaborato da Prometeia, il Centro Studi FederlegnoArredo ha stimato che l'introduzione dei dazi determinerebbe un aggravio di costi pari a circa 25 milioni di euro per le imprese italiane, equivalente al 2% dei circa 1,25 miliardi di euro esportati oltremanica nel 2015. Un ulteriore effetto, forse più significativo per il made in Italy, deriverà dalla svalutazione della sterlina e dall’indebolimento del potere d’acquisto degli inglesi sui prodotti di importazione.
 

Brexit, appalti e concorrenza

La Gran Bretagna sarebbe esclusa dalle gare d’appalto europee, cioè quelle di importo superiore alla soglia comunitaria (5.225.000 euro per i lavori, 135.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle amministrazioni governative, 209.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle altre amministrazioni) bandite dai paesi membri e pubblicate sulla Gazzetta europea. Ci sarebbe quindi un concorrente in meno.
 

Brexit, niente credito alle imprese

A soffrire subito della situazione di incertezza sono state le imprese. La vittoria del “Leave” ha causato turbolenze finanziarie e, di conseguenza, il crollo delle banche in borsa. Questo significa che gli istituti di credito non possono effettuare aumenti di capitale e devono ridurre il credito alle imprese. Situazione che potrebbe aggravare le condizioni di molte realtà imprenditoriali, messe in ginocchio proprio dal credit crunch.
 
Cosa accadrebbe invece alle imprese con una filiale oltremanica? Potrebbero essere soggette alla doppia imposizione. Il rischio non è immediato, ma potrebbe verificarsi se verranno disconosciuti i trattati internazionali sull’argomento.
 

Brexit e mercato immobiliare

La Gran Bretagna potrebbe quindi perdere il suo “fascino”. Se diventasse meno attrattiva ne risentirebbe il mercato immobiliare perché scenderebbe la domanda di abitazioni sia economiche sia di lusso e, di conseguenza, il loro prezzo. Comprare casa in Inghilterra potrebbe diventare quindi un'operazione più accessibile e scenderebbe anche il costo della vita. Il crollo coinvolgerebbe anche l'Italia perchè una sterlina meno forte farebbe diminuire il numero di inglesi interessati ad acquistare in Italia.
 

Brexit, periodo di transizione e accordi commerciali

Nella valutazione dello scenario che si delineerà bisogna tener presente che il negoziato per l’effettiva uscita dall’Europa durerà come minimo due anni. Fino ad allora gli unici cambiamenti saranno quelli causati a cascata dai mercati finanziari.
 
Una volta uscita dall’Ue non è detto che la Gran Bretagna promuova l’isolazionismo. È infatti probabile che vengano stipulati accordi come quelli esistenti con Norvegia, Islanda, Lichtenstein e Svizzera. Stati che non appartengono all’Unione Europea ma che non pongono né subiscono restrizioni nella circolazione di persone e merci.
 
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