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NORMATIVA

Cambio di destinazione d’uso, quando serve il permesso di costruire?

di Paola Mammarella

Consiglio di Stato: dipende se la variazione avviene tra categorie edilizie omogenee e se aumenta il carico urbanistico della zona

Vedi Aggiornamento del 14/12/2018
29/11/2018 - Per trasformare un appartamento in studio professionale è necessario il permesso di costruire, anche se non si realizzano lavori edili. Il Consiglio di Stato, con la sentenza 6562/2018 ha spiegato in quali casi bisogna richiedere il permesso e quando è invece sufficiente la Segnalazione certificata di inizio attività (Scia).
 

Cambio di destinazione d’uso e carico urbanistico

Secondo il CdS, l’aspetto da prendere in considerazione è l’aumento del carico urbanistico. Nei casi in cui il mutamento di destinazione d’uso può incidere sensibilmente sull’assetto del territorio, è necessario dotarsi del permesso di costruire. In mancanza del permesso di costruire, si è in presenza di un intervento non autorizzato che va punito con una multa e il ripristino della destinazione preesistente.
 
I giudici hanno spiegato che solo il cambio di destinazione d’uso tra categorie edilizie omogenee non necessita di permesso di costruire perché non incide sul carico urbanistico.
 

Cambio di destinazione d’uso, il caso

I giudici si sono pronunciati sul caso di una ristrutturazione, con cambio di destinazione d’uso, bloccata dalla Polizia Municipale con l’ordine di ripristino della destinazione preesistente. Dopo i lavori, l’immobile, che in origine era un’abitazione, sarebbe stato trasformato in uno studio medico.
 
Il CdS ha affermato che un immobile destinato ad attività professionale presuppone un traffico di persone e la necessità di servizi maggiori rispetto ad un’abitazione. Questo significa che il suo carico urbanistico è superiore e che, hanno concluso i giudici, è obbligatorio ottenere il permesso di costruire.
 

Cambio di destinazione d’uso, l’evoluzione della normativa

Il Consiglio di Stato ha spiegato che, inizialmente, La Legge 47/1985 stabiliva la necessità di richiesta di concessione edilizia nei casi di mutamento della destinazione d'uso solo se connessa a variazione essenziali del progetto con conseguente variazione degli standard previsti dal DM 1444/1968. Su questa base, non si doveva richiedere la concessione edilizia nell’ipotesi di mutamento della destinazione non connessa con modifiche strutturali dell'immobile.
 
Il Dpr 270/2000 prevedeva poi, per gli studi medici, la possibilità di essere anche inseriti in appartamenti destinati a destinazione abitativa, a condizione di riservare loro appositi locali.
 
Successivamente, con il testo unico dell’edilizia (Dpr 380/2001) l’attenzione si è spostata dalle modifiche strutturali al carico urbanistico generato con il cambio di destinazione d’uso. Da questa considerazione dipende la procedura da utilizzare.

A sparigliare di nuovo le carte è stata la Manovrina 2017 (Legge 96/2017) che, per consentire la riqualificazione dei centri storici, ha modificato la definizione di “restauro e risanamento conservativo” ammettendo in questa tipologia di interventi anche quelli implicanti il mutamento della destinazione d’uso “purché compatibile con gli elementi tipologici, formali e strutturali dell'organismo edilizio e con le previsioni dello strumento urbanistico generale e dei relativi piani attuativi”.
 
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