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AT HOME. Progetti per l’abitare contemporaneo
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AT HOME. Progetti per l’abitare contemporaneo

L’evoluzione del concetto di abitare dal dopoguerra a oggi

23/04/2019 - La celebre Villa Malaparte a Capri in dialogo con il rifugio sulle Dolomiti dei giovani DEMOGO; i Collegi universitari di Urbino di Giancarlo De Carlo con il progetto Sugar Hill di David Adjaye, ad Harlem; la Casa Baldi di Paolo Portoghesi a Roma con la casa “spaziale” di Zaha Hadid in Russia; il Bosco Verticale di Stefano Boeri, a Milano con la Moryama House di Tokyo; la casa del film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Francesco Berarducci a Roma con un’edifico progettato a Joannesburg da Jo Noero.
Sono alcuni dei duetti di AT HOME. Progetti per l’abitare contemporaneo, il nuovo allestimento della collezione di architettura del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che racconta l’evoluzione del concetto di abitare dal dopoguerra a oggi, analizzato attraverso le opere dei grandi maestri del Novecento e delle nuove figure emergenti del panorama architettonico internazionale, al MAXXI dal 17 aprile 2019 ad aprile 2020.

A cura di Margherita Guccione, Direttore del MAXXI Architettura e Pippo Ciorra, Senior curator del MAXXI Architettura, la mostra offre diverse chiavi di lettura che si intersecano tra loro: dal singolare al collettivo il percorso si snoda attraverso i “duetti”, i padiglioni site specific,  il racconto per immagini attraverso la fotografia d’autore.

Tra passato e attualità – dice Margherita Guccione - la riflessione sull’abitare è occasione per mettere in evidenza la centralità di questa tematica tanto nei progetti dei maestri del passato quanto nelle nuove produzioni di architetti italiani e internazionali, che arricchiranno la collezione del Museo con gli straordinari progetti di, tra gli altri, Demogo, Adjaye, Noero e Pezo Von Ellrichshausen. Ieri come oggi emerge la capacità del progetto di guardare avanti e di prefigurare i nuovi modelli dell’housing contemporaneo”. 

Singolare-Collettivo esplora la dimensione scalare e sociale dell’abitare: dall’individuale al collettivo, dalla casa monofamiliare al quartiere intensivo. Proprio nelle abitazioni unifamiliari si raggiunge il maggior grado di sperimentazione, come nella Casa Baldi a Roma, opera prima di Paolo Portoghesi, progetto del 1959 che la mostra mette in relazione con The Capital Hill, la casa “spaziale” progettata da Zaha Hadid Architects per il miliardario russo Vladislav Doronin e ultimata nel 2018, che svetta in mezzo alla foresta vicino Mosca.

Il percorso si snoda poi attraverso una ricognizione della dimensione intermedia dell’abitare collettivo, con un affondo sui materiali degli archivi di Giulio Gra e Monaco Luccichenti, autori tra gli anni ’30 e gli anni ‘50 delle più celebri palazzine romane. Tra queste, anche il Villino in via Colli della Farnesina di Francesco Berarducci, nei cui singolarissimi spazi si aggirava un inquietante Gian Maria Volontè nel film di Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che in mostra dialoga con la palazzina progettata a Joannesburg da Jo Noero.

Le opere in mostra (disegni, modelli, fotografie, video, documenti) riflettono tanto sulle forme quanto sui materiali dell’architettura, in stretto rapporto con l’ambiente naturale o con le richieste di identità espresse dai committenti, fino ad alcuni degli esempi più interessanti di qualità diffusa espressi proprio nelle palazzine romane.

Un settore urbano più ampio, costituito dal quartiere è indagato attraverso la fortunata esperienza dell’INA Casa nella ricostruzione del Paese e nel processo di inurbamento degli anni ‘50 e ‘60, come i quartieri progettati da Enrico Del Debbio (quartiere Ponticelli a Napoli), Michele Valori (quartiere Tiburtino a Roma), Mario Paniconi e Giulio Pediconi (quartiere Valco San Paolo a Roma).

Il percorso termina nell’esperienza del mega-laboratorio urbano e sociale rappresentato dal Corviale di Mario Fiorentino, ripensato alla luce dei nuovi progetti per la sua rigenerazione.

L'allestimento offre quindi l'occasione di un ragionamento sul confine tra l'esperienza individuale dell'abitare e il suo innesto nella dimensione comunitaria.

Sono esposte opere realizzate da maestri dell’architettura come da architetti della nuova generazione: progetti lontani nel tempo e nello spazio ma assonanti e affini per metodo applicato, per contesto in cui sono collocati o per la ricerca formale che li associa, sono messi in diretta relazione visiva per offrire una ulteriore suggestione, in un ardito “gioco delle coppie”.

Il progetto di allestimento punta, inoltre, a raccontare l’architettura anche attraverso una esperienza fisica e immersiva del visitatore con una serie di grandi installazioni in scala reale e padiglioni realizzati site specific da architetti italiani e internazionali. Come Home sweet Rome/ No man is an Insula, la casa in legno a due piani, che occupa tutta la larghezza della Galleria espositiva, di Rintala Eggertsson, dove il visitatore può salire e avere una panoramica della mostra, una sorta di “condominio con molte case o piuttosto una grande libreria di vite accatastate lì, con storie diverse: un teatro della vita”, come la descrivono gli architetti.

Si susseguono nel percorso di mostra anche fotografie d’autore, come quelle di Gabriele Basilico (Palazzina del Girasole di Luigi Moretti) e Iwan Baan (Vanke Tulou Housing, in Cina, degli URBANUS Architects). E poi video, modelli, disegni originali, interviste, libri che costituiscono un puzzle polifonico che assegna ad ogni progetto il suo linguaggio espositivo ideale.

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