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PROFESSIONE

Donne ingegnere, in Italia ce ne sono sempre di più

Resta però la disparità di trattamento economico tra i due generi. I risultati del Report del Centro Studi CNI

03/01/2022 - L’ingegneria italiana si tinge sempre più di rosa. Negli ultimi anni si è assistito ad un incremento del numero di ragazze iscritte ai corsi di ingegneria e ad un aumento del numero delle laureate. Nei primi anni 2000 la percentuale di donne era pari al 16% dei laureati in tali discipline.
 
Nel 2019 si è arrivati al 28,1%. Una quota che si è mantenuta stabile negli ultimi 10 anni e che ha definitivamente posto fine al fenomeno che ancora negli anni ’80 faceva dell’ingegneria una materia per maschi.
 
A questo trend di crescita ne corrisponde uno, meno marcato ma non per questo meno importante, riguardante l’iscrizione delle laureate in ingegneria all’Albo professionale. Nel 2021 la quota femminile risulta pari al 16,1% del totale, mentre nel 2010 era il 10,8% e nel 2015 era il 13,7%.
 
È quanto emerge dal rapporto del Centro Studi CNI “L’universo femminile nell’ingegneria italiana”, presentato a metà dicembre in occasione dell’evento “Ingenio al femminile”.
 
Sulla base dei dati elaborati dal Centro Studi, si stima che in Italia ci siano circa 174.900 donne in possesso di un titolo di laurea in ingegneria, pari al 18,6% del totale dei laureati in ingegneria. Se in passato la presenza femminile era praticamente limitata ai corsi dell’ambito civile, negli ultimi anni è aumentato notevolmente il numero di donne in tutti gli indirizzi di laurea ingegneristici. Le ragazze, insomma, non hanno più preclusioni verso taluni indirizzi, completamente ignorati solo fino a qualche anno fa.
 
Com’era prevedibile, la presenza femminile è maggiore nei corsi di laurea dell’ambito civile, a tal punto che nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico in Ingegneria edile-Architettura costituiscono addirittura la maggioranza degli immatricolati (60,3% nell’anno accademico 2019-2020 con tendenza in crescita per il 2020-2021).
 
Il numero di donne è consistente anche nei corsi di laurea della classe L-23 Scienze e tecniche dell’edilizia (36%) e in quelli della L-7 Ingegneria civile ed ambientale (30,9%), mentre si riduce notevolmente nella classe L-9 Ingegneria industriale e nella L-8 Ingegneria dell’informazione dove, in entrambi i casi, risulta inferiore al 24% degli immatricolati.
 

Concentrando l’analisi sulle laureate, scopriamo che nel 2019 hanno conseguito il titolo di laurea magistrale in Ingegneria 7.703 donne (pari al 30,8% dei laureati magistrali), mentre altre 7.200 hanno conseguito il titolo triennale di primo livello (25,7% del totale), per un totale di 14.903 laureate, pari al 28,1% del totale dei laureati in ingegneria nel 2019.
 
Per quanto riguarda i corsi di primo livello, più della metà delle laureate in ingegneria ha conseguito la laurea nella classe L-9 Ingegneria industriale, mentre solo 383 si sono laureate nella L-23 Scienze e tecniche dell’edilizia. Tra le laureate magistrali circa la metà (3.842 laureate) ha conseguito il titolo di laurea in Architettura e Ingegneria edile-Architettura (corso di laurea magistrale a ciclo unico) o in Ingegneria gestionale o ancora in Ingegneria biomedica, superando la metà dei laureati. La presenza femminile si riduce sensibilmente tra i laureati in Ingegneria meccanica, Ingegneria elettrica e Ingegneria dell’automazione in cui è inferiore al 14%.
 
Passando alla questione dell’ingresso nel mercato del lavoro, il titolo universitario in ingegneria permette alle giovani laureate degli indirizzi industriali e dell’informazione di trovare un’occupazione con relativa facilità: ad un anno dalla laurea il 74% delle laureate in questi indirizzi svolge un’attività lavorativa. Più complicata la carriera lavorativa per le laureate del settore civile dal momento che la corrispondente quota di laureate occupate ad un anno dalla laurea si riduce al 54,1%.
 
Le difficoltà trovano corrispondenza nel tasso di disoccupazione: le laureate del settore civile soffrono maggiormente rispetto alle altre colleghe, visto che il 17,7% di loro risulta disoccupata, una media quasi tre volte superiore a quanto rilevato tra le laureate nei settori industriale e dell’informazione, per le quali il tasso di disoccupazione ad un anno dalla laurea è pari ad appena il 6,2%.
 
La situazione migliora sensibilmente nel medio periodo: a 5 anni dalla laurea il tasso di disoccupazione è pari al 2,2% tra coloro che hanno conseguito un titolo di laurea magistrale in un indirizzo industriale o dell’informazione, al 5,9% tra quelle del gruppo “Architettura – Ingegneria civile”, mentre è del 7,7% se si considera l’intero universo delle laureate magistrali di tutte le discipline universitarie.
 
Resta comunque il gap occupazionale rispetto agli uomini: il tasso di disoccupazione maschile a cinque anni dalla laurea si rivela quasi trascurabile: 1,3% tra gli ingegneri industriali e dell’informazione, 2,9% tra quelli civili.
 

Passando ai salari, si rileva ancora una certa disparità di trattamento economico tra i due generi, sebbene tra gli ingegneri il divario sia meno ampio rispetto ad altre professioni. Una laureata in Ingegneria industriale o dell’informazione guadagna mediamente, a 5 anni dalla laurea, poco più di 1.700 euro mensili, contro gli oltre 1.850 dei colleghi uomini (7,6% in meno rispetto agli uomini). Più ampio invece il gap all’interno del gruppo “Ingegneria civile/Architettura” in cui a fronte di un valore medio pari a 1.644 euro netti al mese rilevato tra gli uomini, il corrispondente valore tra le donne è appena superiore ai 1.400 euro, ossia il 13,9% in meno.
 
In generale, l’analisi dei risultati non può non tener conto del fatto che i dati relativi al 2020 sono stati fortemente condizionati dalla crisi legata alla pandemia mondiale che ha fortemente penalizzato l’intero mercato del lavoro ed in particolar modo l’occupazione femminile, ampliando così la disparità di genere.
 
Anche l’occupazione ingegneristica ha ovviamente risentito del trend negativo, seppur in misura ridotta rispetto a molte altre figure professionali ed anche in questo caso sono state le donne, soprattutto quelle residenti nel meridione, ad aver incontrato più difficoltà. Il tasso di disoccupazione per le laureate del settore civile è infatti arrivato nel 2020 al 6,4% (contro il 4,4% rilevato tra gli uomini dello stesso settore), mentre per le altre laureate in ingegneria il tasso scende sotto la soglia del 5% (laddove tra gli uomini è pari al 2,6%).
 
Se si passa ad analizzare il peso della componente femminile all’interno dell’albo degli Ingegneri, tornano le buone notizie: ad inizio 20213 risultano iscritte all’albo oltre 39mila professioniste, pari al 16,1% degli iscritti contro il 15,7% del 2020. E proprio alle donne va attribuito il risultato positivo rilevato per quanto concerne il saldo rispetto al 2020 del totale degli ingegneri iscritti (+0,5% rispetto all’anno precedente): mentre infatti il numero degli ingegneri uomini iscritti all’albo è addirittura diminuito di qualche unità (204.738 contro i 204.745 del 2020), l’albo si è arricchito di circa 1.200 donne in più rispetto al 2020 arrivando a quota 39.202.
 
Un’ultima riflessione meritano i dati relativi alle donne nell’ingegneria e nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Maths) a livello internazionale. Nel 2019 la quota di donne che ha conseguito una laurea in ingegneria o in architettura è stata pari al 28,1%, una percentuale superiore alla media europea (25%) e a quella di paesi come Germania, Francia, Gran Bretagna, Austria, Belgio e Olanda. Si tratta di una importante accelerazione che porta l’Italia allo stesso livello dei paesi europei più evoluti.
 
Fonte: ufficio stampa Fondazione Consiglio Nazionale degli Ingegneri

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