Network
Pubblica i tuoi prodotti
Vai al prossimo articolo
Professionisti, slitta il pagamento di imposte, ritenute, Iva e contributi
PROFESSIONE Professionisti, slitta il pagamento di imposte, ritenute, Iva e contributi
NORMATIVA

Rocce da scavo: Italia condannata dalla Corte di giustizia Ue

di Rossella Calabrese

La normativa italiana ha escluso le terre e rocce da scavo, anche contaminate da inquinanti, dalla disciplina dei rifiuti

Vedi Aggiornamento del 27/01/2009
Commenti 14555
20/12/2007 - Per aver escluso dall’ambito di applicazione della disciplina sui rifiuti le terre e le rocce da scavo destinate all’effettivo riutilizzo per reinterri e riempimenti, con esclusione di quelli provenienti da siti inquinati, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi stabiliti dalla direttiva 75/442/CEE, sui rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156/CE. Questa la motivazione della Sentenza C-194/05 del 18 dicembre 2007 con la quale la Corte di Giustizia Europea ha, ancora una volta, condannato l’Italia per violazioni della normativa europea in materia di rifiuti. Le norme incriminate sono l’art. 10 della legge 93/2001, recante disposizioni in campo ambientale, e l’art. 1, commi 17 e 19, della legge 443/2001 (Legge Obiettivo). La direttiva 75/442/CEE – spiega la Corte – esclude dal suo campo di applicazione i rifiuti risultanti dalla prospezione, dall’estrazione, dal trattamento, dall’ammasso di risorse minerali o dallo sfruttamento delle cave. Successivamente la Commissione ha istituito il “catalogo europeo dei rifiuti”, rinnovato da ultimo con la decisione 2001/573/CE, che comprende le terra e rocce, anche contenenti sostanze pericolose. Ciò premesso, la normativa italiana (art. 6, comma 1, lett. a), del Dlgs 22/1997 - decreto Ronchi) esclude dal proprio campo di applicazione determinati materiali e sostanze, tra cui, al punto b), «i rifiuti risultanti dalla prospezione, dall’estrazione, dal trattamento, dall’ammasso di risorse minerali o dallo sfruttamento delle cave». In seguito, la legge n. 93/2001 ha aggiunto all’art. 8, comma 1 del Decreto Ronchi il punto f bis): “Le terre e le rocce da scavo destinate all’effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati, con esclusione di materiali provenienti da siti inquinati e da bonifiche con concentrazione di inquinanti superiore ai limiti di accettabilità stabiliti dalle norme vigenti”. Inoltre, l’art. 1, comma 17, della Legge Obiettivo dispone che l’art. 8, comma 1, lett. f bis), del Dlgs 22/1997 dev’essere interpretato «nel senso che le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, non costituiscono rifiuti e sono, perciò, escluse dall’ambito di applicazione del medesimo decreto legislativo, anche quando contaminate durante il ciclo produttivo da sostanze inquinanti derivanti dalle attività di escavazione, perforazione e costruzione, sempreché la composizione media dell’intera massa non presenti una concentrazione di inquinanti superiore ai limiti massimi previsti dalle norme vigenti». Infine, il comma 19 dello stesso articolo 1 stabilisce che «Per i materiali di cui al comma 17 si intende per effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati anche la destinazione a differenti cicli di produzione industriale, ivi incluso il riempimento delle cave coltivate, nonché la ricollocazione in altro sito, a qualsiasi titolo autorizzata dall’autorità amministrativa competente, a condizione che siano rispettati i limiti di cui al comma 18 e la ricollocazione sia effettuata secondo modalità di rimodellazione ambientale del territorio interessato». Con l’art. 23 della legge 306/2003 (Legge comunitaria) l’Italia ha modificato l’art. 1, commi 17 e 19, della legge n. 443/2001. Secondo l’Italia sono da considerarsi non rifiuti ma sottoprodotti, i residui impiegati, con certezza e senza trasformazioni preliminari, in un altro processo produttivo, prima che dal deposito dei residui possano derivare danni. L’Italia richiamava il “vasto progetto di lavori pubblici relativi alle vie di comunicazione del paese, per i quali l’utilizzo di terre e di rocce da scavo è indispensabile, la qual cosa ne garantirebbe l’effettivo riutilizzo”. Secondo la Commissione tale argomentazione deve essere limitata alle situazioni in cui il riutilizzo di un materiale non è semplicemente eventuale bensì certo, non richiede una trasformazione preliminare e interviene nel corso del processo di produzione o di utilizzazione. Invece, le disposizioni controverse (art. 1, comma 19, della L. 443/2001) prevedono una grande varietà di situazioni, compreso il caso di ricollocazione in altro sito delle terre e rocce da scavo. Inoltre non si può escludere che l’«effettivo riutilizzo» avvenga solo dopo un periodo di tempo considerevole, se non addirittura indeterminato, rendendo quindi necessario il deposito a tempo indeterminato dei materiali, con potenziali danni per l’ambiente. Sulla base di queste argomentazioni, la Corte di giustizia europea ha accolto il ricorso della Commissione e ha sancito la violazione delle norme europee da parte dell’Italia, condannandola alle spese.

Partecipa alla discussione ( commenti) Utilizza il mio account Facebook Non hai un account Facebook? Clicca qui